Viviana Cifalà
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Iscritto il: 05/07/2018, 0:18
Pirata o Piratessa: F

Mi serve un parere sincero.

05/07/2018, 0:25

:D Ho 17 anni e amo scrivere. Vorrei gentilmente un parere sincero su questo capitolo.



Affacciata sul lago Derwent, Edith calciava piccoli sassi che finivano nell'acqua.
Rotolavano, e poi di getto producevano piccoli schizzi, adornati da morbide onde che muovevano la superficie dell'acqua.
Teneva le mani in tasca, il volto chino mentre mordeva l'interno della sua guancia, poi muoveva la gamba e calciava.

Il tenue soffio del vento si strofinava sulla sua pelle. Liscia e candida e morbida pelle che era stata macchiata troppe volte.
Ruminava. Vorticava all'interno di ogni suo singolo pensiero, fino al più piccolo ed insignificante, che, però, le produceva un'angoscia tale da farle contorcere il viso dal dolore mentre deglutiva la bile.
Disgustata da se stessa ogni notte si ritrovava a spingere le unghie su quella pelle che era stata oggetto di desio di più uomini e donne sadici che di lei bramavano solo l'effimero.
Solo il piacere carnale, che soffocava Edith e la rendeva debole: un mucchio di polvere all'interno del pugno fermo e crudele di chi non riusciva a vedere oltre il suo aspetto. Oltre la sua maschera, che la rendeva appetibile agli occhi bramosi di mostri, ma che richiudeva il suo cuore all'interno di una gabbia di spine aguzze e grosse.

Nel suo cuore sentiva di non meritare un'esistenza tanto penosa e tormentata. Sentiva, invece, di meritare qualcuno che, piuttosto a pensare a mettere le mani sotto la sua maglietta, pensasse a metterle sulla sua anima, con il proposito di portarla a fare un giro all'interno dei campi di tulipani in Olanda.
Ed Edith, la sera, si ritrovava a pensare a qualcuno che riuscisse a farla uscire da quel mondo che, di bello, non aveva nulla. Da quel mondo, il cui unico intento, era quello di tirare palle di cannone sulla sua nave, e di farla affondare.

Quando le onde che i sassolini che calciava producevano, iniziarono a moltiplicarsi, Edith spostò il suo sguardo dall'acqua al cielo.
Sbuffò sonoramente, perchè la sua vita faceva abbastanza schifo, e proprio quel suo giorno libero era destino che si rovinasse.
Il cielo in men che non si dica iniziò a rilasciare goccioline. Edith strizzò gli occhi, respirando un paio di volte nel tentativo di calmarsi.
Aveva troppi pensieri per la testa. Troppa tristezza. Troppi sensi di colpa. Avrebbe voluto liberarsene, ma -com'é ovvio che sia- era difficile.
Più difficile di riuscire a percorrere cento chilometri in corsa senza avere l'affanno. Più difficile di riuscire a tuffarsi da una roccia a strapiombo senza avere il batticuore.

Quando la pioggia divenne un vero e proprio piovasco, Edith fuggì dal lago. Scappò di fretta, battè i piedi per terra, e si rifugiò sotto un ponticello, sopra il quale lo sbattere degli zoccoli dei cavalli che trascinavano le carrozze rimbombava.
Pensò che avrebbe voluto essere una di quelle grasse e ricche donnicciole con il bonnet, la cui unica preoccupazione era cosa mangiare a cena.
Spesso s'immaginava davanti a un camino, in un'enorme villa, crcondata dall'amore dei suoi figli, accompagnata dal marito, e sostenutoa da egli in ogni scelta.

Strofinò una mano sulla sua fronte fradicia, poi la passò tra i suoi capelli, e li scosse, facendo schizzare via alcune delle goccioline rimaste impigliate tra i suoi stretti ricci.
Poi guardò il panorama davanti a sé. Abbastanza mozzafiato la vista.
Un semplice e bellissimo e fresco e bagnato panorama.

L'odore della pioggia inebriava le sue narici, ed Edith pensò che almeno il cielo si fosse abbinato al suo umore. Piangeva anche lui. Come se la natura fosse connessa alla sua anima. Come se almeno lei provasse compassione.
Aveva una voglia quasi irreprimibile di lavarsi sotto quelle gocce ora pesanti e non più delicate, ma resistette al desiderio.
Non c'era alcun bisogno di ammalarsi.
Edith lo sapeva. Il giorno dopo avrebbe dovuto lavorare. Lavorare vergognandosi di se stessa, ma pur sempre lavorare.

Battè un paio di volte i suoi piedi per terra. Facendo schizzare l'acqua dalle piccole pozze sulle quali sbatteva la suola delle sue scarpe.
Le dita dei suoi piedi si inzupparono presto, e la pioggia che scendeva in diagonale, finiva comunque sotto il ponticello, bagnando l'orlo della sua gonna.
Il fruscio del vento la rilassava.
Era bello ritrovarsi in mezzo alla natura, ed Edith era sempre stata una di quelle persone che amano la pioggia.
E non perchè ne amasse il rumore o l'odore.
Ma perchè amava l'essenza stessa della pioggia. Il ciclo della sua vita.
Perchè la pioggia evapora dal mare e sale in cielo. Cade. Si spezza. Alcune gocce vengono perse. Altre si prosciugano. Ma alla fine ritorna in mare. Nonostante i danni.
E innaffia le piante, gli alberi, la natura.
Edith avrebbe voluto essere come la pioggia. Avrebbe voluto schiantarsi contro il suolo ma ricomporre i suoi pezzi. Avrebbe voluto sistemare la sua vita, e donarla a qualcuno. Prendersi cura di una persona, talmente tanto da perderci giorni interi. Mesi. Anni.

Donare la propria vita a qualcuno che amava. Sarebbe stato abbastanza per lei.

Ma nelle contea di Cumbria, in un paesino come Keswick, non era facile che la gente si dimenticasse facilmente del suo sporco lavoro. Per questo, per quanto lo odiasse, doveva tenerselo. Come avrebbe continuato a vivere altrimenti?
Nessuno le avrebbe mai offerto un lavoro migliore, ed Edith era disgustata perchè proprio quegli uomini e quelle donne che la infangavano, erano i primi ad andare da lei quando erano alla ricerca di un po' di piacere carnale per soddisfare i loro irrepremibili ed indomabili desideri.

Nel frattempo, sotto la pioggia, Edith scorse un'ombra che a passo lento, calpestava le oramai poche e fradice foglie marroni cadute dagli alberi durante le settimane precedenti.
Il suo corpo era riparato da un triste ombrello nero, un po' ammaccato in alcuni punti. Da sotto l'ombrello fuoriusciva del fumo.
Edith, nonostante la pioggia, potè sentirne l'odore.

La sagoma, meglio identificata come 'un essere di sesso maschile' era oramai vicina, e la ragazza quasi sobbalzò sul suo posto, e una stizza insopportabile la prese per la gola.
Era completamente infuriata con il mondo, e sicuramente non le giovava molto che qualcuno la raggiungesse ora che era riuscita a quietare la sua anima.

Quando l'uomo con l'ombrello raggiunse il riparo sotto il ponte, Edith si sentì in trappola. Lui le avrebbe chiesto qualcosa che a lei non andava di fare? Per pochi spiccioli che le sarebbero serviti a poco, forse. Sì, avrebbe potuto comprare quei colori ad olio che desiderava tanto -Avrebbe preferito racimolare i soldi per comprarli in modo onesto e dignitoso- e lei non avrebbe potuto rifiutare l'offerta. Perchè si trovavano in un luogo abbastanza isolato.
E, Cristo, se l'avesse uccisa e nascosto il suo cadavere tra i rovi e il terriccio umido?
Edith igoiò il groppo in gola. Poi sospirò rassegnata.

Il piovasco era ora un completo temporale. La pioggia era talmente fitta che rendeva difficile osservare il panorama prima così mozzafiato. Un tuono si dipanò nell'aria, ed Edith meditò cercando di trovare una soluzione.
Alla fine decise di stare dov'era, sarebbe stato inutile scappare.
Era sempre stata una ragazza fin troppo gracile, malaticcia e con un'avversione nei confronti della corsa. L'uomo l'avrebbe senz'altro presa, se soltanto avesse provato a fuggire.

Sbattè un paio di volte gli occhi, prima di alzare lo sguardo sull'alta figura a pochi metri da lei.
L'uomo gettò la sigaretta per terra, e la schiacciò con il tacco delle sue eleganti scarpe laccate. Poi tolse l'ombrello dalla sua testa e lo scosse per far schizzare via l'acqua e lo chiuse, appoggiando la punta per terra e tenendo saldo in mano il manico come se fosse un bastone da passeggio.

La luce trafiggeva la sua figura, ed Edith potè osservare i particolari del volto dell'uomo.
Aveva un profilo pressapoco perfetto. Delle lunghe ciglia adornavano i suoi occhi sovrastati da folte sopracciglia, e si poteva ben notare che le sue labbra, -nonostante fosse di profilo- fossero piene e rosse, come i petali delle rose che sbocciavano in primavera nel giardino di sua nonna, quando Edith era appena una bambina.
Furono però i brillanti occhi verdi a colpirla, quando l'uomo si voltò verso di lei.
Occhi verdi. Chiari e lucidi e acquosi, che le sorrisero in un modo piuttosto vuoto.
Poi si voltò di nuovo.
Edith osservò curiosamente come le mani dell'uomo frugassero tra le tasche del suo enorme cappotto. Le sue sopracciglia erano corrucciate, e gli occhi che parevano essere pozzi di acqua muschiosa, erano concentrati; un po' socchiusi.
Presto dalla tasca ne tirò fuori un blocchetto di fogli. La copertina che li proteggeva era in cuoio. Un poco rovinata; in alcuni punti la pelle era sgualcita e pareva quasi sbriciolata, come se fosse rimasto troppo tempo al Sole.
Edith ne notò un'incisione, ma, malgrado la sua ottima vista, non riuscì a leggerla.

L'uomo si voltò un'ennesima volta verso Edith. La guardò attentamente questa volta, e la ragazza arrossì quando gli occhi dell'uomo si soffermarono esageratamente sui suoi seni stretti nel suo bustino avorio, un po' macchiato e scucito, da cui pareva quasi volessero schizzar fuori.
Edith era abituata a sguardi assetati. Ad occhi che si soffermavano su tutte le sue curve, anche quelle più nascoste ed intime, per troppo tempo, con una smania esagerata.
Ma in quell'uomo che la stava osservando. Che quasi la faceva sentire completamente nuda -esposta- c'era qualcosa di terrificantemente vuoto. Una totale assenza di qualsiasi tipo di desiderio, che quasi la inquietava. Ed Edith, quasi istintivamente, coprì il suo corpo con la mantella che aveva indossato prima di uscire di casa.

L'uomo poi tornò con gli occhi sul suo blocco di fogli, e tirò fuori una matita da una taschina interna cucita sul cuoio sciupato.

Edith spostò i suoi occhi dal soggetto, lanciando un'occhiata oltre il ponte.
Nel frattempo la pioggia aveva iniziato a cadere con meno frequenza, fin quando il temporale non era tornato ad essere una pioggerella.
Edith pensò che fosse il momento giusto per andarsene. Sarebbe tornata a casa sua, avrebbe sciacquato il suo viso, avrebbe indossato la sua vestaglia da notte, e sarebbe andata a dormire. Di fatto adorava il suo cuscino di lana, e non vedeva l'ora di chiudere gli occhi e di assopirsi.

L'uomo si sporse oltre il ponte, guardando il cielo e la sua bocca rilasciò un suono roco, dettato da una voce profonda: "Sta smettendo di piovere" constatò.
Edith quasi si abbandonò ad una leggera risata ascoltando la ovvia affermazione. Il riso venne frenato dalla sua mano che portò alla sua bocca. Poi distolse lo sguardo.
Era ora che anche lei tornasse a casa prima che arrivasse un altro acquazzone.

L'uomo si mosse in avanti e aprì l'ombrello. Fece un cenno con la mano ad Edith, ed andò via.
La ragazza percepì un'ultima nota di tabacco misto a fumo, prima che andasse via anche lei.

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paolino66
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Re: Mi serve un parere sincero.

05/07/2018, 7:56

Punto zero: benvenuta. Per i racconti ci sono altri spazi del forum: fai un giretto sulla nave.

Primo parere sincero: magari fossi stato capace di scrivere così quando avevo diciassette anni! Ne ho il triplo, forse avrei fatto carriera. Ci sono però dei ritocchi da fare al testo.

Secondo parere sincero (più che parere, si tratta di fissazioni personali): come mai sei finita in Canada (ed è già qualcosa, rispetto agli USA...), quando avresti avuto laghi e laghetti italiani pronti ad accogliere storie?


Paolino
Io stimo più il trovar un vero, benché di cosa leggiera, che 'l disputar lungamente delle massime questioni senza conseguir verità nissuna.

(G. Galilei)

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