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samy74
Nostromo
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Coperchi aperti

10/09/2018, 21:49

Quando dovevamo comprare qualcosa di solito c’era mio padre. Era lui che pagava. Mia sorella mi teneva la mano. Era pomeriggio o forse sabato mattina e ricordare oggi è come ripercorrere all’indietro una strada in salita. Non mi piaceva per niente quel posto, ci andavano circa due volte l’anno, forse tre. Era buio, non avevano sedie della nostra misura. C’era odore di cantina. I proprietari erano anziani e si mangiavano le parole. Io e mia sorella quel giorno siamo rimaste dietro mia madre mentre parlava. Mi sono guardata intorno, cercando qualcosa di bello. Era un gioco che facevo spesso quando mi trovavo in posti così bui.
-Guarda.
Ho detto a mia sorella.
Un paio di ballerine spuntavano in un angolo. Avevano due fiocchetti piccoli, brillantini sulla punta arrotondata. Sembravano le scarpette di Cenerentola. Mi ero incantata a guardarle, erano così belle. Margherita ha lasciato la mia mano. Quando me ne sono accorta, era troppo tardi. E’ Inciampata nel tappeto rosso intrecciato ed è caduta su una pila di scatole. In pochi secondi tutto era a terra. Tranne le ballerine che erano rimaste sul loro piccolo trono.
-E’ tua sorella. Devi stare attenta.
-Non si preoccupi signora.
-Devi guardarla, hai capito?
La voce di mia madre ha sgretolato uno spazio troppo piccolo. Assomigliava al suono di una forchetta che inciampava, rigando il piatto vuoto. Margherita è scoppiata a piangere. Io ho trattenuto le lacrime. Mio padre ci ha guardate, ma il suo volto era diretto solo nella mia direzione. Era il solito sguardo di chi non sa come fare con una figlia sbadata, disattenta. Una figlia che non fa mai quello che si aspettano da lei. Ho abbassato gli occhi e ho provato a raccogliere le scatole, ma la signora del negozio mi ha detto di lasciar perdere. Per non combinare altri guai, mi sono spostata e sono rimasta a vedere i coperchi delle scatole aperti.
-E’ tua sorella.
Ma ero una bambina anche io.
L’ho raccolta da terra e ci siamo sedute su due sgabelli marroni. Margherita singhiozzava. Le tenevo la mano stretta nelle mie. Ci hanno infilato a turno scarpe blu. Alte sulla caviglia. Con i lacci. All’inizio non le ho neanche guardate. La signora mi ha tastato in punta il dito grande del piede, c’era abbastanza spazio per tre mesi. Mi ha detto di alzarmi e di fare due passi. Erano dure.
-Come te le senti? Se stringono è normale.
Volevo piangere e dire alla signora che erano scomode. Ma non ce l’ho fatta. Sembravamo due orfanelle in piedi davanti allo specchio.
Le scarpe vecchie sono state riposte nelle scatole nuove. Avrei voluto del tempo per abituarmi a quel blu più intenso senza pieghe, invece non ci è stato concesso né dai negozianti né dai miei genitori che avevano fretta di pagare e andare via. Le scarpe nuove non erano certo più belle di quelle vecchie. Erano identiche alle altre con i lacci leggermente più grossi e, facevano venire le vesciche già dopo dieci passi. Mio padre ha pagato guardando ancora una volta nella mia direzione. Stavolta tenevo ben salda mia sorella. Uscendo siamo rimaste indietro e io ho allungato la mano. Le ho toccate con le mani. Non avevano nessuna particolarità, proprio nessuna.

In macchina l’odore della pelle nuova si era già amalgamato a quello del pane dopo neanche dieci minuti. I nostri genitori discutevano sul prezzo delle scarpe. Mia sorella aveva ancora gli occhi lucidi, voleva dormire. La macchina è ripartita a singhiozzo, lasciando l’angolo di periferia dove c’erano solo negozi specializzati. Secchi della mondezza sempre pieni e marciapiedi lunghi. Svoltando verso il centro, ho visto il mare che al sole luccicava. D’inverno, sembrava quasi riposarsi dalla lunga pausa estiva. E solo allora dopo averlo immaginato sdraiato anche lui in un lungo relax, ho chiuso gli occhi. Io avevo un posto segreto. Una tana nell’albero. Un mio mondo dove non c’era spazio per le scarpe correttive. A quell’età non sapevo bene cosa significassero, ma sapevo che dolore facessero alle caviglie se correvamo e conoscevo gli sguardi degli altri bambini che ci prendevano in giro.
Correttive era anche uno dei tanti paroloni dei dottori dell’ospedale dove portavamo mia sorella per la scoliosi. Io non l’avevo ma dovevo prevenirla portando gli stivaletti blu. Ma nel mio mondo dove tutto era leggero, dove il sole baciava gli occhi e rendeva l’aria sempre frizzante, c’era spazio solo per i sogni. Sogni che nessuno conosceva. Ogni giorno si facevano più intensi, più vicini. Li alimentavo con tutta la fantasia che conoscevo. Prendevo spunto dai libri, dalle avventure dei miei protagonisti, dal lieto fine delle favole. I miei sogni mi scaldavano e si potevano quasi toccare. Avrei voluto disegnarli tanto erano reali, forse avrei usato per tutti il colore rosa e ci avrei aggiunto un palloncino a forma di cuore con un lungo filo perché il sogno, quello di essere finalmente libera, doveva portarmi lontano. Lontanissimo da tutti. A piedi scalzi.

Fripsilon
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Re: Coperchi aperti

05/11/2018, 15:00

Racconto molto godevole e ben scritto.
L'uso del passato prossimo per avvenimenti infantili raccontati da un adulto (evidente il pdv adulto nei commenti) è inusuale, di solito si usa il passato remoto, ma non è scorretto.
Alla fine mi è rimasta la curiosità di conoscere qualcuno di questi sogni :)

Giuseppe Novellino
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Re: Coperchi aperti

07/11/2018, 11:11

Mi è piaciuto. Molto evocativo. Le rapide pennellate descrittive caratterizzano bene ambiente e personaggi. L'uso del passato remoto, benché inusuale (è riservato alle cronache giornalistiche) l'ho trovato felice.

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