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Jacopo
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La mia timidezza

10/05/2018, 8:56

Ero un bambino molto estroverso a dir la verità. Parlavo un sacco, con tutti, al punto da evitare il gioco. Quando mamma mi portava in villa, lasciavo la palla agli altri ragazzini e io andavo alle panchine. Lì c’erano i vecchi, a dozzine, e con loro chiacchieravo del mondo e di come lo esperissi. Gli alberi, il cielo, i fiori, le api, i libri illustrati e i cartoni animati.
Tutta roba che si é esaurita col tempo, per cui si puó dire che la mia timidezza sia giusto il risultato di come siano andate le cose.
È venuta su pian pianino, come uno squalo, mangiandosi tutto pur di continuare a crescere.
Elena ad esempio, coi capelli rossi e quel bacio rubato sulla spiaggia durante la gita del terzo. Sapevo che non avrebbe passato il quarto ed allora parlare delle nostre piccole beghe fra i banchi di scuola mi sembrava solo un modo di spargere sale sulla ferita. Ma senza il quotidiano a pungolarci, smettere di parlare é stato un nonnulla.
Senza di lei son venuti Ciccio e gli altri, perché un ragazzo ha pur bisogno della sua socialità, ma infilarsi in delle affinità già da lungo rodate é il modo migliore per ritrovarsi ficcati all’ultimo estremo di una tavolata a sorseggiare birra da soli.
Per fortuna da quel cantuccio é venuta a tirarmi fuori Sara una sera in cui avevo alzato il gomito e due paroline in piú riuscivo a biascicarle. Ci siamo sposati cinque anni dopo, a Bangkok, perché entrambi grandi fan di Solo Dio Perdona, il primo film che abbiamo visto insieme. Ma posso forse parlare del cinema iperviolento di Refn negli spogliatoi della fabbrica? In sala d’aspetto dal dottore? No, posso solo farlo con Sara e allora quando finisco di lavorare torno dritto a casa per stare un po’ con lei.
Ora peró Sara sta male e qui in città siamo soli. Mi devo prendere cura di lei e le visite specialistiche costano un botto e da due anni mi hanno scalato a trenta ore e lei non puó piú lavorare, per cui arrotondo facendo qualche lavoretto per il centro comunale polifunzionale.
E coi vecchi che ci vengono a giocare a carte, non parlo piú.
Perché, ormai, che devo dirgli del mondo? Cosa so ancora degli alberi, dei fiori, delle api, dei libri illustrati e dei cartoni animati? Di uno squarcio di cielo?
Che devono dirmi loro? Raccontarmi cosa mi aspetta? Gli acciacchi, la solitudine, la pensione che non basta, i fratelli che “aspetta un secondo, come si chiamava”? Li avete mai sentiti parlare i vecchi? Non sono persone felici.
Allora abbasso lo sguardo. Un cenno di capo come saluto puó bastare. E a chi mi dice che “va là, devi solo lasciarti andare” rispondo con un sorriso che tanto piú di quello non vogliono ascoltare.
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paolino66
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Re: La mia timidezza

10/05/2018, 14:18

Usi una tastiera non italiana?

Paolino
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Re: La mia timidezza

10/05/2018, 15:27

No, perché?
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paolino66
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Re: La mia timidezza

10/05/2018, 15:29

Per le lettere accentate che non tornano ("é" invece di "è" per la terza presente indicativo di essere). Lo dico perché un'amica italiana ma che scrive dalla Germania, scrive con gli accenti sistematicamente sbagliati.

Paolino
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Re: La mia timidezza

18/05/2018, 17:34

Racconto molto introspettico, che dennunica una condizione, al limite della claustrofobia.
il sentimento di solitudine passa bene, di certo.
Da vicino nessuno è nOrMaLe
La vita è una corsa, e io sto cercando una panchina
Una risata vi seppellirà

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Re: La mia timidezza

24/05/2018, 16:20

Bello, mi è piaciuto: desolato e asciutto. Bravo.

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Re: La mia timidezza

24/05/2018, 19:30

Molto bello, breve e conciso ma lascia comunque trasparire quel senso di solitudine che credo venga affrontato quotidianamente da più di una persona.

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