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Jacopo
Pirata
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Lavorare stanca

10/04/2018, 11:14

Valerio lo scosse leggermente per una spalla.
Raimondo alzó la testa, gli occhi appannati dal sonno.
- Ehi, siamo proprio in mezzo. Ti farai beccare da Capua.
- Si, scusa. Hai ragione.
Erano ormai due settimane che non riusciva a dormir bene. Inizialmente non se ne era preoccupato eccessivamente. Era giovane ed in fondo la sua routine quotidiana non era poi cosí stancante: andare a lezione la mattina e studiare sera e pomeriggio imponevano un certo grado di fatica, ma nulla che non si potesse affrontare anche con appena tre ore di sonno. Un paio di film a notte, rilassato col laptop in petto, bastavano.
Eppure, man mano che le notti passavano insonni, e l’alba diveniva uno spettacolo quotidiano, il suo corpo sempre piú l’abbandonava piano, cosicché ora gli capitava di non riuscire a tenere gli occhi aperti durante le lezioni o di accasciarsi sulla metro per poi ritrovarsi a kilometri di distanza da dove doveva essere.
Capua smise di parlare, mise le sue carte nella borsa ed i suoi colleghi si apprestarono ad abbandonare l’aula. Anche Valerio e Raimondo si alzarono ed uscirono.
Raimondo inciampó sul primo gradino delle scale e non ruzzoló giú per la rampa solo perché fece a tempo ad agguantare il corrimano.
- Stai bene?
- Si, sono solo stanco.
Si stropicció gli occhi e attese che i mille barbaglii arcobalenati sparissero dalla sua vista.
- Vale, non ce la faccio. Vado a casa.
- Salti le due ore di Francescani?
- Si. Dormirei sul banco, é inutile. Mi passi gli appunti poi, ok?
- Va bene. Ci sentiamo dopo.
Valerio lo squadró preoccupato. Raimondo barcollava.
- Sicuro non vuoi ti accompagni? Sei ridotto a uno straccio.
- No, ce la faccio.
- D’accordo a dopo.
Raimondo non rispose e si allontanò piano.
Nel cortiletto del polifunzionale inciampò in una ragazza bassina, bruna di capelli e con un poncho senape che la infagottava completamente. Sembrava un raviolo con i piedi. La prese tenendola per le spalle e le chiese scusa mentre lei gli passava oltre senza degnarlo di uno sguardo. Ridacchiò fra sé, ma qualcosa di quello scambio lo ferì profondamente. Era come se in quello scontro si racchiudesse qualcosa che era andato piano crescendo in lui man mano che la solitudine convulsa fra le sue coperte stropicciate gli mostrava il soffitto nero come il coperchio di una bara.
Tre giorni prima aveva mancato un appuntamento con Giulia perché aveva perso sette intere ore della sua giornata. Era tornato a casa dall’università, aveva messo la lattiera sul gas e aveva acceso il fuoco e poi più nulla fino a mezzanotte, quando Giovanni, il suo coinquilino, era rientrato, aveva aperto tutte le finestre per evacuare la puzza di latta bruciata e l’aveva preso a schiaffi mentre sedeva sulla tavoletta del cesso con gli occhi completamenti persi nel suo riflesso nello specchio. Da allora Giulia non gli aveva più parlato e lui si era rifiutato di parlare col suo coinquilino eppure ogni cosa era andata avanti come sempre, quasi che quella momentanea mancanza fosse stata l’avvisaglia di ciò che sempre sarebbe stato da ora in poi.
Si appoggiò al grande ulivo che dominava sul chiostro dell’ateneo e lasciò andare ogni fibra del suo corpo. Da quando non dormiva, pensava troppo.
Alzò gli occhi alla luce sporadica che trapassava i fitti rami. Nel luccichio delle foglie, una miriade di olive, piccole e nere, perché era Novembre e lì la raccolta non la facevano.
Ne staccò una e la premette leggermente fra pollice e indice. L’oliva non si spappolò, rimase bella soda, ma Raimondo poté sentire l’unto dell’olio che custodiva al suo interno sui polpastrelli.
Ci penso su un attimo.
Mise l’oliva nella tasca dei jeans ben sapendo che li avrebbe macchiati, ma non importava: erano jeans vecchi e da quel momento non li avrebbe più indossati se non in quel particolare giorno di Novembre. Prese la metro e tornò a casa.
Si buttó sul letto e chiuse gli occhi e il sonno arrivó profondo e fanciullo come quando era bambino ed ancora pieno di eccitazione e voglia di giocare andava a letto alle nove perché sapeva che il giorno dopo il babbo l’avrebbe scosso che la luna era ancora in cielo.
Non sognó, dormí soltanto, per ben cinque ore, e quando si sveglió si sentí piú vivo che mai. Alzatosi, tolse i libri ed i quaderni dallo zaino dell’Università, strappó il lenzuolo dal letto e ve lo cacció dentro.
Andó in bagno, si lavó per bene faccia e denti e dall’armadietto accanto alla doccia tiró fuori una scopa e ne svitó via il bastone. Era una vecchia mazza in legno levigata e sarebbe andata piú che bene. Dall’armadietto prese inoltre il secchio, anche se era sicuro che non gli sarebbe bastato. Allora andó in cucina e agguantó delle buste di plastica. Poi si vestí a strati, come gli aveva insegnato il babbo, perché a Novembre fa un freddo da spaccarti la pelle delle mani, ma lavorare accalda: una maglia intima a maniche corte, una a maniche lunghe, una vecchia camicia sporca di vino che non era mai riuscito a smacchiare completamente e la felpa che usava quando andava a correre. Cappello, sciarpa e cappotto. Era pronto e anche se il cielo era ormai buio si disse che il chiostro dell’ateneo era sempre ben illuminato. Si sarebbe fatto bastare la luce dei lampioni.
Uscí dalla sua camera e nell’ingresso trovó Giovanni, che rientrava da lavoro.
Lo squadró di sottecchi
- Dove vai conciato cosí?
- Ti piacciono le olive alla calce? - rispose Raimondo sornione.
- Cosa?
- Lascia perdere. Non faró tardi. Scrivi sul frigo che devo comprare un nuovo manico di scopa e un secchio. Altrimenti rischio di scordarmene.
Giovanni lo trattenne per un braccio mentre Raimondo lo superava per uscire.
- Mondo, lo sai che ultimamente… ti sento la notte. Se hai bisogno.
Raimondo lo abbracció.
- Sto bene ora. Oggi pomeriggio ho dormito come un ghiro. Vado solo a fare un po’ di movimento, ci vediamo per cena.
Giovanni sbuffó, poi sorrise.
- D’accordo. Mangi con me?
- Si, preparami quello che vuoi - e detto ció assestó una pacca sulla spalla del suo coinquilino e uscí nell’aria fredda di quella città che gli aveva portato via il riposo.
La corte dell’Ateneo era deserta e nell’aria solo il ronzio della luce dei lampioni viveva. Non un filo di vento, non un fiato di persona. Raimondo era entrato dall’autosilos dell’Università che funzionava 24 ore su 24 e fu ben felice di quella quiete. Era quella delle sue albe giú al paese, ma allora non era mai solo. Zio, zia e papà erano sempre lí, con lui, in mezzo ai rami, anche se silenziosi proprio come quella sera.
Non importava, l’ulivo era uno solo e anche se avrebbe dovuto lavorare per tre, stimava che in circa tre o quattro ore sarebbe comunque riuscito a fare abbastanza per considerarsi soddisfatto.
Andó sotto l’albero e poggió lo zaino sulla biforcazione piú bassa. Mise il secchio sulle piastrelle sotto il porticato e provó a piantare il manico della scopa ben ritto nel mezzo del terreno, ma il suolo era duro e freddo e il manico gli rimbalzó in mano e si schiantó ai suoi piedi.
Non aravano lí, già.
Quello era un bel problema. Fin dalle sue prime sortite durante la raccolta, suo babbo gli aveva insegnato di lasciare la mazza, se proprio doveva, ben eretta contro l’orizzonte cosí da poterla facilmente ritrovare. Altrimenti, si nascondeva con lo scuro della terra e perderla era un nonulla. Non che lí ci fosse un enorme distesa di campagna in cui confondersi, e ciònonostante con la sola fioca luce dei lampioni a rischiarare il lavoro, la sottile linea della scopa era facile a nascondersi. Optó per infilarsela nelle cinta e lavorare un po’ più scomodo pur di averla sempre vicino. Dallo zaino tiró fuori le lenzuola e le stese sull’aiuola, sotto un ramo basso dell’ulivo. Sfiló la mazza di scopa dai jeans e cominció a rastrellare i rami, con piccoli colpi arcuati sulle fronde, lasciando che le olive si precipitassero come una granaiola sul lenzuolo bianco. Il lenzuolo era sottile peró e il terreno duro e ben presto Raimondo si rese conto che erano piú le olive che rimbalzavano tutt’attorno a lui sulla terra arida, che quelle che rimanevano sul lenzuolo. Si arrese cosí a lasciar andare il bastone, a legarsi una delle buste di plastica attorno alla cintura e a raccogliere dai rami direttamente con le mani, come fosse una vendemmia.
Lavoró con questo metodo da lumaca, quasi fosse un minatore agli albori dell’era industriale e non uno studente universitario postmoderno, per circa due ore, minuziosamente staccando i frutti dai loro piccioli, graffiandosi man mano si addentrava fra i rovi piú interni, spogliandosi di tutti gli indumenti non appena si impregnavano di sudore caldo e quando si ritrovó solo con la maglietta intima sotto il giaccone, guardó la prossima fronda e la scoprí vuota. Aveva completato il suo giro, riempito il secchio e ora lo aspettava la parte piú complessa di quell’opera: raccogliere dai rami piú alti. Tornó allo zaino, agguantó la mazza di scopa e la infilò in una delle asole dei suoi jeans e prese il lenzuolo pur sapendo che avrebbe comunque dovuto raccogliere gran parte del suo lavoro da terra. Lo stese sotto un ramo alto che si protendeva verso il lampione che illuminava la guardiola dell’ateneo. Poi si arrampicó sull’ulivo facendo leva col piede sulla biforcazione bassa del tronco. Con la mazza si allungó verso il cielo, colpendo piano le fronde cariche di olive, facendo attenzione a dirigerle verso il basso, sul lenzuolo, e a non spargerle tutte attorno sull’aiuola arida. Lavoró di buona lena prima sui rami piú interni e poi su quelli piú abbalconati e sebbene le olive dei rami piú alti fossero piú piccole e asciutte, venivano via tanto piú facilmente. Riscaldato, tonificato e rincuorato dal buon lavoro, Raimondo si fece piú temerario e si issó su un grosso ramo che cresceva ritto verso il cielo come una colonna centenaria sopravvissuta alla devastazione del tempo. Fece passare la mazza sotto il tronco e la afferró da ambo le estremità cosí da potersi ancorare all’albero e a passi piccoli si tiró su e avanzó verso una fronda fogliosa. Quando fu abbastanza in alto da poter raccogliere, si adagió poi cavalcioni, sganció la mazza dall’albero e inizió a percuotere le fronde.
Tutte le olive caddero esattamente sul lenzuolo tranne una. Raimondo agitó la mazza violentemente, ma l’oliva non si staccó. Si allungó allora con tutto il busto e provò a colpirla esattamente sul picciolo: l’oliva vibró violentemente ma nulla. Afferró la mazza con due mani e colpí ancora e ancora e ancora, con sempre piú forza, in archi sempre piú ampi, appiattendosi contro il tronco e alzando le braccia quanto piú poteva sopra la sua testa, ma quella non ne voleva sapere di essere abbattuta. Resisteva con una resilienza incredibile, vorticando e ruotando attorno alla punta della mazza ad ogni colpo ma ritornando sempre dov’era, tenacemente appesa al suo picciolo sottile come un crine di cavallo.
Raimondo bestemmió e tenendo la mazza con una mano e strisciando con l’altra sulla corteccia, arrampicandosi sempre piú verso l’alto, infilandosi nell’intimo di rovi che sono la chioma di ogni ulivo, provó a raggiungere l’oliva con le dita, perché con la terra bisogna saper usare sia il bastone che la carota ed a volte un approcció piú gentile é decisamente piú efficace di un uso indiscriminato della forza. C’era quasi, indice e pollice tesi all’inverosimile. Strinse i denti e l’oliva era lí, ad uno schiocco di dita, ma il rumore di ossa spezzate fu l’unica cosa che sentí prima che tutto cominciasse a vorticare. Verde e grigio e il nero vignettato di luce della notte illuminata dai lampioni del cortile si susseguiranno in caleidoscopici mulinelli e Raimondo fu senza peso giusto il tempo di artigliare l’aria con le mani e poi lo percepí tutto sulla schiena mentre veniva schiaffeggiato da migliaia di spine e rovi e foglie. Rimbalzó per un paio di volte a mezz’aria, come se un dio crudele avesse deciso di giocare a racchettoni con lui e infine precipitó sul lenzuolo, dolorante ed ai limiti dell’incoscienza come non gli capitava piú da ormai settimane.
Si lamentó a gran voce ma non c’era nessuno a sentirlo e cosí rimase steso per un tempo indefinito. Non sentiva il suo corpo e per un po’ ne fu contento, ma dopo un poco provó a muoverlo per capire se gli rispondesse ancora, se fosse tutto intero o qualcosa fosse rotto. Inclinó le gambe, poi le stese. Provó ad allungare le braccia verso il cielo, ma si fermarono a mezz’altezza prima di ricascare giú, e Raimondo ne gioí. Mosse le dita. Fra quelle della mano destra sentí un bozzolo duro ed estraneo e quando giró gli occhi per vedere cosa fosse, scoprí che alla fine era riuscito a cogliere anche l’ultima testardissima oliva. Sorrise e chiuse gli occhi.
Quando li riaprí, il cielo stellato sopra di lui era leggermente ruotato. Si alzó, si scosse le foglie e le olive di dosso e ora che una leggera brezza si era levata e il torpore della fatica l’aveva abbandonato, percepí il freddo fin dentro le ossa. Corse a rivestirsi delle robe che aveva lasciato vicino allo zaino e poi passó una buona mezz’ora a raccogliere le olive che erano sparse attorno al lenzuolo. Le buttava dentro man mano che gli riempivano le mani e quando ebbe finito, tese gli angoli del telo cosí che il raccolto scorresse verso il centro. Chiuse i quattro angoli del lenzuolo, ne fece un fagotto e lo svuotó in una delle buste di plastica. Raccolse le altre già piene e le mise nello zaino. Agguantó la mazza di scopa e il secchio stracolmo e piano si diresse verso casa.
Prima di prendere le scale che portavano all’auto silos si voltó un ultima volta verso l’ulivo. Nella chioma alta si vedevano ancora brillare dei frutti, ma già pareva ergersi piú alto, alleggerito dal peso di anni di trascuratezza.
Raimondo non riuscí a sorridere, che era troppo stanco, ma chiuse le palpebre in un accenno accorato. Tornó a casa, contento e stramazzato.
Quando entró nel portone era completamente a pezzi. Non riusciva a muovere le braccia, le spalle intorpidite erano cosí pesanti da piegarlo in avanti e gli sembrava che qualcuno lo stesse ripetutamente accoltellando nella schiena con una sciabola rovente. Trascinó il secchio nell’ascensore e appena le porte scorrevoli si chiusero, lasció cadere lo zaino per terra. Si accasció contro il pannello dietro di sé e quando uno squillo vivace annunció che era arrivato al suo piano e le porte scorrevoli si aprirono sulla porta di casa sua, Raimondo semplicemente si lasció cadere. Le porte si richiusero, dopo tre minuti l’ascensore tornó al piano terra, e il ragazzo fu di nuovo costretto a schiacciare il bottone per il secondo piano. Il secondo tentativo di rientro fu meno fallimentare del primo e il ragazzo si decise a tirarsi su, prendere la sua roba, uscire sul pianerottolo ed aprire la porta di casa.
Lasció il giaccone sull’attaccapanni e ogni cosa nell’ingresso.
Giovanni lo chiamó dalla cucina.
- Mondo?
- Ehi, - rispose il ragazzo con un filo di voce.
Con passo malfermo, grugnendo ad ogni sobbalzò, Raimondo avanzó in cucina. Guardó l’orologio sopra il frigorifero. Erano le 22. Giovanni era chino sui fornelli e lo guardó, sporco e trapelato nel suo peggiore look di sempre, con un sopracciglio mezzo levato. Perplesso, ma non eccessivamente.
- Hai fame? - chiese, sollevando una padella in cui cuoceva una bella frittata dorata.
- Abbastanza, - ridacchió Raimondo.
- Ok. Prendi l’insalata e il vino per favore.
- Davvero? - fece Raimondo assolutamente mortificato. Detestava il solo pensiero di dover forzare aperta la porta del frigorifero e dover sollevare una bottiglia da litro di vino.
Giovanni non gli rispose, taglió la frittata in quattro sul tavolo e ne serví due fette a testa in dei vecchi piatti di creta della Barilla. Raimondo si lamemtó mentre si sedeva, ma il suo coinquilino non commentó. Mangiarono in silenzio, accompagnando la frittata con un po’ di pane duro, dell’insalata scondita e due bicchieri di vino.
Raimondo mangiò voracemente la sua prima fetta e bevve giusto un sorso di rosso. Poi chiuse gli occhi e continuò a portare la forchetta alle labbra, finché non lo fece piú.
Allora Giovanni rise il piú silenziosamente possibile, andó in camera sua, prese il suo piumone extra dall’armadio, e imbaccucó Raimondo lí dov’era, su una vecchia sedia in legno scheggiato, in una cucina in cui a malapena entravano il forno, il lavabo, la dispensa, il frigo ed il tavolo.
Gli auguró un buon riposo e spense la luce.
Silly monkeys... give them thumbs, they forge a blade.

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Re: Lavorare stanca

13/04/2018, 12:54

Strano ma carino questo racconto. Fa un bell'effetto, crea una bella atmosfera. Ben narrato.
La ragazza - raviolo mi mancava. :)
Da vicino nessuno è nOrMaLe
La vita è una corsa, e io sto cercando una panchina
Una risata vi seppellirà

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Re: Lavorare stanca

14/05/2018, 10:01

Surreale. Concordo sulla ragazza raviolo ma io ho coniato anche la donna divano e quella didò. ( didò è la plastilina per i bambini) :LOLP:

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