Catia Capobianchi
Pirata
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Cercando la felicità-

18/01/2018, 18:17

Cercando la felicità.

Eccomi qua, seduta sulla riva del mare a guardare le onde che galoppano a ritmo sfrenato; come guerrieri impavidi si lanciano verso la costa, trascinando con sé i resti dell’odio, del rancore, di un amore sofferto e rammarico. Cuori spezzati si riversano sulla sabbia in cerca della loro metà. Lacrime piovono sui sassi, che alla luce del sole s’illuminano di splendenti colori, che evaporano troppo in fretta per ammirarne la lucentezza. Lontano, un'altra onda più possente delle altre corre agguerrito verso me, incrementando con l’avvicinarsi, un brivido di timore che sboccia nella paura, che possa travolgermi. Penso di alzarmi per allontanarmi ma, rimango calamitata in un bagno freddo che trasuda dalle mie vesti. L’unica cosa che riesco a fare e, di continuare a osservare quel mostro che si avvicina velocemente ringhiando con il vento. Quanto ci vorrà prima che possa divorarmi con le sue fauci, rubandomi alla luce, per portarmi nell’oscurità profonda. Forse, mi solleverò da questa spiaggia umida che mi attanaglia nel passato, all’ultimo istante, e fuggirò lontano. Oppure mi lascerò portare via e, gridando inutilmente invocherò aiuto agli Dei. Oppure mi volterò indietro nella speranza che qualcuno si accorga di me, e mi strapperà a un atroce destino. Chissà se invece il terrore fulminerà la mia mente, concependo l’inarrestabile morte che avanza spietata, e mi rassegnerò sola, alla mia sorte. Che ne sarà di me, del mio corpo, della mia mente, della mia anima. E i miei pensieri, i ricordi, i gesti, gli sforzi i pianti, i brevi momenti di felicità, gli effimeri amori e i miei affetti. Tutto finirà. Finirà con la mia vita, dopo che avrò esalato l’ultimo respiro. Quanto tempo ci vorrà? Minuti o secondi? Rivedrò tutta la mia vita come in un film in una proiezione accelerata, o rammenterò solo i momenti mirabili! Magari non penserò niente o forse, mi maledirò per non aver tentato di salvarmi, e per essermi messa in una situazione più grande di me, sfidando l’onnipotente natura. Sentirò l’acqua gelida bagnarmi, penetrarmi fino a otturare i pori, e quando non avrò più un’oncia di respiro, mi attaccherò all’ultima bolla d’aria annaspando, ansimando e soffocando, mentre l’onda giocherà con il mio corpo, ribaltandomi e rigirandomi, fino a che il mio cuore si staccherà dal guscio e si sgretolerà perdendosi fra le correnti. L’ultimo battito segnerà e troncherà questa inutile vita, che si nutre solo di ricordi. Ricordi che ora mi sembrano importanti, perché uno dietro l’altro mi ha costruito per quella che sono. Quante volte mi sono detta: vorrei tornare indietro, vorrei cambiare tutto, non avrei voluto incontrare quella persona né l’atra. Non avrei dovuto dire sì, quando pensavo di no, non avrei dovuto decidere scelte affrettate senza pensare alle conseguenze e non avrei dovuto coltivare amicizie sterili, solo perché quel giorno mi sentivo sola. Non mi sarei dovuta innamorare, senza prima di conoscere la persona che mi stava corteggiando, avrei dovuto prima sodare chi era, cosa volesse e se desiderasse lasciarsi amare e soprattutto, se sapesse amare. Se avrebbe recitato una squallida finzione per un’ennesima conquista, solo per annoverare il suo harem, o aumentare la sua vanità. Avrei dovuto mandare a quel paese chi, fingendo un affetto mi ha usato, e avrei dovuto oppormi alle cattiverie, ai dispetti, alle accuse, facendomi sentire in colpa: di cosa? Ancora non l’ho capito! Una cosa però l’ho capito, molti infieriscono su tuoi sentimenti, sulla tua personalità, vomitando cattiverie, facendoti sentire una nullità solo per deviare le loro colpe, i loro sbagli, la loro inferiorità davanti all’impotenza che gli opprime: e tu sei, il capo espiatorio delle loro mancanze, delle loro sconfitte, la martire. Che stupida che sono, averlo capito solo ora! E non posso nemmeno dire: “Meglio tardi che mai!” giacché i secondi scandiscono acidi, il tempo rimanente che non risparmia, correndo velocemente sul binario della vita. Ma se non avessi provato, toccato, sentito, ingoiato, le esperienze buone e cattive della vita, se non avessi pianto, riso, urlato, imprecato, rimpianto, io non sarei quella che sono. Già, chi sono? Una donna che ha fatto delle scelte errate? I miei pensieri lungimiranti mi avvertirono che quello non era l’uomo giusto, che quella non era la compagnia giusta, che quella non era la strada giusta. Se avessi ascoltato il mio cuore che batteva forte mettendomi in guardia, la mia mente confusa che voleva che spiegarsi sulle vele dei pensieri in parole, le mie gambe che volevano correre e non camminare, a piccoli passi dietro il fiume grigio che l’uomo nel tempo ha addensato in una melma viscida, facendomi perdere la rotta giusta, distruggendo la bussola che mi ha condotto fin qui. Però, forse posso deviare il mio destino, forse, posso trasformare l’asfalto liscio, dove le mie impronte trascinano penosi ricordi, scivolando ad ogni rialzata. Non dico cancellare i miei passi, perché non sarei più me stessa ma, scoprire chi sono per camminare a testa alta senza il rischio di scivolare.
Il mare fino poco prima era calmo, solo il vento spirava lieve suggerendo sinfonie alle sirene. Ammagliata davanti a un grande dipinto, fantasticavo un Eden, dove poter raccogliere in una distesa di girasoli, frutti afrodisiaci e cantare canzoni sotto un cielo di mille sfumature. Il sole e una luna s’incontrano sempre allo stesso punto, alla stessa ora, in una danza si corteggiano, promettendo amore e fedeltà, fino al nuovo incontro. Sognavo di scrivere poesie sulla sabbia e da brava oratrice poetare le mie strofe al vento e al mare. Mi sentivo felice, al pensiero che avrei corso, urlato, cantato, godendo dell’intimità che solo il mare al tramonto, nel suo deserto ricco di vita poteva darmi. Lo avrei respirato e mi ci sarei immersa ridendo e gioendo, caricandomi di nuove speranze. Ma come il solito, ho perso tempo, nel frattempo il cielo si è oscurato e il mare che era amico, mi ha voltato le spalle. Domani sarà un altro giorno, chissà se forse.. Forse.

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samy74
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Re: Cercando la felicità-

08/02/2018, 20:57

Certi racconti li definisco terapeutici, sono fatti o scritti per dare voce a qualcosa di molte interiore. Questo mi sembra uno di questi, schegge che escono dal corpo e si infilano tra le pagine. Il dubbio, la fragilità con cui si scrive, l'esporsi. Questi racconti ripercorrono pagine di diario lasciate a macerare nel limbo dei ricordi.

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