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Jacopo
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Soyuz 1

24/11/2017, 16:21

Soyuz 1



«Compagno... dannazione compagno, me lo devi dire! Passo.»
Per un lungo tempo, un tempo che per il comandante Vladimir Komarov sembrò infinitamente lungo e vuoto, per lui che di tempo ne aveva così poco, la radio non emise alcun suono. Neppure il ronzio statico di sottofondo che di solito emetteva durante le conversazioni con la sala controllo.
È partito pure il VHF.
Nelle prime sette rotazioni, man mano che scopriva ogni più piccola defezione di ogni più superflua strumentazione, un misto di rabbia e frustrazione e un vago senso di predestinazione gli scuotevano il petto. Il comandante Vladimir Komarov allora faceva un paio di corti respiri e due più profondi come gli era stato insegnato, controllava il battito e comunicava la scoperta alla sala controllo.
«Controllo non si è aperto il pannello solare di babordo.»
«Controllo il wattaggio di quello di tribordo è al 40%. »
«Controllo orientate di 70° sulla linea dell'orizzonte.»
«D'accordo, controllo, ci provo io dal manuale.»
«Ok, controllo siamo al 52%. Ma i gauge della temperatura sembrano fusi.»
Poi anche la radio a onde corte aveva smesso di funzionare e praticamente tutti gli allarmi erano partiti, prima uno per volta, poi tutti insieme, poi avevano smesso, poi avevano ripreso in ordine casuale ed il comandante Vladimir Komarov, cosmonauta emerito della Madre Russia, aveva provato a leggere il più in fretta possibile le 178 pagine del manuale sull'elettronica della Soyuz 1 per capire se il problema fosse dovuto a qualche improvvisa tempesta solare, all'insufficiente wattaggio garantitogli dagli alternatori e dagli accumulatori o se davvero ogni singolo circuito, fuso, bombola, propulsore, sensore, accelerometro e termometro e bussola di quella dannata lattina in orbita a 200 chilometri da casa l'avesse preceduto verso le porte del paradiso.
Ma ora semplicemente in lui non restava che un immenso silenzio. Una cosa strana e terribile, ingombrante e al contempo rassicurante come un'epifania. Una cosa distante ma vicinissima. Una cosa estranea persino alla consapevolezza di sé, alla coscienza della propria sorte, eppure estremamente viscerale.
Il comandante Vladimir Komarov non se lo disse mai, perché quel silenzio non lo permetteva, ma quella tacita quiete era ciò che restava dell'elaborazione del proprio lutto, le ceneri sotto i tizzoni spenti della propria esistenza.
In realtà, come sarebbe andata a finire quella missione lo sapeva da ben prima che salisse sul launchpad; dopotutto, in quei lunghi mesi che avevano preceduto il lancio, aveva lavorato a stretto gomito con gli ingegneri e i cosmonauti e i burocrati che avrebbero dovuto portare la Madre Russia sulla luna prima degli americani ed esattamente come ognuno di loro era divenuto ben cosciente che la luna sarebbe restata intoccata lì dov'era per almeno qualche anno ancora. Non avevano braccia forti abbastanza per agguantarla. Mancava la tecnologia, mancava la manodopera specializzata, mancava il riposo, mancava il tempo. Quello che non mancava era lo spirito, la tempra di un popolo che era sopravvissuto al punto più basso della sua storia sulla Terra e ora voleva innalzarsi verso le vette più alte della propria storia fra le stelle. In questa coscienza di comunità, il cosmonauta Vladimir Komarov si era ritrovato a scoprire il volto della propria fine e del proprio senso ed aveva imbracciato tutto ciò con il furore dei fuochi che forgiano la storia, con l'assoluta convinzione che ogni sacrificio fosse necessario, fosse una pietra angolare su cui si sarebbero erti i compagni, la Madre Russia che avrebbe nutrito la sua famiglia quando lui non ci fosse più stato, il lutto di Valentina, i tremendi sforzi dei suoi genitori fra le aride pietre della Crimea, lo spirito di ognuno dei suoi morti.
Ma ora non restava che silenzio. Di tutto quello che gli aveva fatto metter piede sulla sua navicella, più nulla.
E d'improvviso quel silenzio fu invaso dal ronzio del comm che veniva aperto dalla base. Quel lieve bzzzttt fu così assordante che il comandante Vladimir Komarov balzò all'indietro anche se nella capsula aveva a malapena lo spazio per muovere le braccia. La carne tornò tutta insieme, la carne fu l'unica cosa, il sangue allagò quello spaccato di luogo nel mezzo della vacuità inesplorata dello spazio.
Il VHF funziona ancora.
«Compagno,» fece Komarov calmo, «ho bisogno di saperlo. Passo.»
«Compagno Komarov. Compagno Komarov... la missione Soyuz 2 è stata annullata. Passo.»
Di nuovo il rumore statico di fondo. Il sangue defluì piano, tornando a prender posto nelle vene cave del cosmonauta. La carne lasciò un angolino al raziocinio.
Il ronzio continuava. La base teneva le comunicazioni aperte. C'era altro.
«Compagno Komarov. Compagno Komarov anche la missione Soyuz 1 è stata annullata. Passo.»
«Ricevuto. Passo.»
«Compagno Komarov. Compagno Komarov la fase di deorbitazione comincerà alle ore 28 e 17 minuti. Passo. »
«Soyuz 2 é stata annullata. I compagni sono a terra...» ripetè Vladimir.
Non era una domanda e non era un affermazione. Non era la voce di un uomo, almeno non sembrava.
«Compagno Komarov i retrorazzi non li possiamo accendere noi dal controllo» ripeté a sua volta la sala controllo. «Compagno Komarov vanno accesi manualmente, alle ore 28 e 17 minuti. Passo.»
Il cosmonauta non vi badò minimamente.
«Davvero sono a terra? Compagno, i ragazzi di Bykovsky sono davvero a terra?» insistette.
Di nuovo il bzzzttt silenzioso, grigio e nero in quel buio tinto nel rosso dell’emergenza.
Vladimir Komarov aspettò. All’inizio in silenzio, poi in un’agitazione chiassosa che chiedeva sfogo. Ciononostante il comandante non osò parlare. L’impossibile convinzione che il fluttuare del suo pensiero verso terra potesse modificare l’esito della risposta della sala controllo, quasi che le parole dette da lassù avessero più potere, glielo impediva. Non avrebbe avuto la vita dei suoi compagni su quel poco di vita che gli restava davanti. Non sarebbe stato eventuale fautore della loro disgrazia solo perché era troppo agitato per rispettare l’etichetta radio.
Il comandante Vladimir Komarov era un uomo migliore di così.
La radio tornò a parlare.
«Si compagno, sono a terra. La missione Soyuz 2 è stata annullata prima del go, causa chiusura della finestra di lancio. Ora non è importante. Compagno, non è importante.»
È importantissimo invece e la certezza che la sua vita la pagasse con i soli suoi rubli fu il suo ultimo flebile soffio d’umanità.
«Compagno Komarov mi riceve? Compagno Komarov? Passo.»
Dall'altro capo della radio a VHF la voce si fece incredibilmente ansiosa. A differenza della radio a onde corte che funzionava per tutta la lunghezza dell'orbita su cui la Soyuz del comandante si trovava, il VHF funzionava solo durante il sorvolo del Kazakistan, quando la capsula si trovava nel raggio della trasmittente della sala controllo. Le comunicazioni fra terra e spazio quindi erano di dieci minuti ogni ottanta e ne erano già passati sette.
Infrangendo l'etichetta radio, il controllo parlò di nuovo, disperato.
«Compagno Komarov deve azionare i retrorazzi alle ore 28 e 17 minuti, ha capito? Lo deve fare lei, manualmente. Non riceverà alcun supporto dalla base. Sarà fuori dalla portata dei nostri trasmettitori. Ha capito? Passo.»
«Compagno Komarov, mi riceve?»
Ci fu un'altra pausa. Vladimir Komarov non vi badò affatto.
«Ci risentiamo durante la prossima orbita d'accordo Vladimir? Passo. »
La voce che gli parlò questa volta non era quella dell'ufficiale di volo. Suonava come un contrabbasso dalle corde arrugginite. Era calda e soffusa, ma anche profonda e non priva di freddezza. Komarov decise che il suo proprietario fosse un fumatore accanito. Un fumatore accanito e anziano. Quindi non un aviatore, non un medico, non uno dei freschi ingegneri che gestivano la strumentazione a Star City. Uno dei capoccioni probabilmente.
Il comandante Vladimir Komarov non rispose mai a quella trasmissione e 48 secondi dopo la sua Soyuz era comunque fuori dalla portata della sala controllo.
I successivi 65 minuti trascorsero velocemente, fugaci come una vita intera.
Il cosmonauta Vladimir Kamarov non ripensò a sua moglie, agli anni di solitudine a cui l’aveva condannata, a come una cosa buona come l’amore macinasse vite intere dando in cambio solo il conforto di qualche notte senza sogni; il cosmonauta Vladimir Komarov non pensò a Irina, a ciò che sarebbe stato di lei, a come sarebbe stata la sua vita non solo senza un padre, ma con un retaggio da orfana così politicamente importante, a cosa ciò l'avrebbe resa, a cosa da ciò sarebbe nato, quali nipoti, se mai; il cosmonauta Vladimir Komarov non ripensò a sua madre, a suo padre, a quanto in alto il loro seme fosse giunto, non ponderò se ciò contasse qualcosa, rivendicasse il peso della terra sotto cui giacevano magri ora come ci erano finiti allora; il cosmonauta Vladimir Komarov non riandò con la mente alla tundra spoglia e terribile che lo accoglieva nei pochi momenti liberi a Star City, a quella terra che era la Madre Russia, che gli dava i natali, che era la causa di ogni cosa, dell’universo intero.
Nella propaganda del partito, i cosmonauti erano degli eroi, dei pionieri, degli avventurieri che sfidavano i confini del cosmo, li espugnavano, li conquistavano e di fronte alle stelle stavano a testa alta perché si erano conquistati col coraggio e l’obbedienza alla madre patria il diritto di bersi e farsi della bellezza dell’oblio sconosciuto. Nel rosso al neon del ferro stridente di quel non luogo, il comandante Vladimir Komarov poteva a malapena sollevare la testa, sicuramente non poteva guardare le stelle lì dove erano più fulgide.
In quegli interminabili 65 minuti il silenzio fu tutto, nulla restava del furore dei martiri.
Restò rannicchiato al suo posto mentre la Soyuz 1 procedeva inerzialmente sulla sua orbita.
Finchè non lo fece più.
Komarov pigiò il pulsante alle ore 28 e 17 minuti e i retrorazzi si accesero e la capsula iniziò la sua discesa.
4 minuti dopo si aprì il primo parafreno.
Il paracadute principale non si aprì mai.
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Re: Soyuz 1

25/11/2017, 14:45

Racconto drammatico, che trasmette parecchia apprensione.
Devo dire che alcune frasi non le ho afferrate al cento per cento, ma in generale il momento risulta drammatico.
Hai usato frasi lunghe e convolute, dato che la storia vive in un mondo dilatato nel tempo. Però chissà se condensandolo un po' non risulterebbe più efficace.
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Re: Soyuz 1

26/11/2017, 11:35

Questo racconto mi è piaciuto molto più del primo che hai postato anche se alcune frasi non le ho comprese.
Hai creato una buona atmosfera ansiogena e ho apprezzato il viaggio nella mente e nella vita di Vladimir Komarov . ;)
Il finale mi ha lasciato un po' delusa perché l'ho sentito concludere troppo in fretta e non mi piace raccontato, ma è solo un mio gusto personale.

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Re: Soyuz 1

26/11/2017, 12:52

Tornerò a leggere tutto il racconto. Tuttavia mi ha disturbato già il primo pezzo.

Per un lungo tempo, un tempo che per il comandante Vladimir Komarov sembrò infinitamente lungo e vuoto, per lui che di tempo ne aveva così poco, la radio non emise alcun suono.

'Tempo' scritto tre volte nella stessa frase non mi piace.
Altra cosa: cos'è un VHF?
Se chi legge deve fermarsi e andare a vedere sul dizionario, non mi entusiasma. Prova a scriverlo per esteso.
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Re: Soyuz 1

30/11/2017, 15:39

Mi ha fatto pensare a questo
https://youtu.be/iYYRH4apXDo
Il racconto mi è piaciuto, a parte quell'eccesso di ripetizioni nell'incipit e l'uso di qualche termine inglese che stona un po' parlando di cosmonauti russi.
Bello come riesci a far venire fuori la storia della sua vita senza raccontarla.

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Re: Soyuz 1

10/12/2017, 17:10

Bello, piaciuto!
ma concordo coi commenti precedenti... in alcuni punti non sono riuscita a seguire, ed è un po' roboante e ripetitivo.
Perché le ore 28? Credevo fosse un errore, ma poi lo ripeti.
Non ho capito il fatto che si sente responsabile della vita degli altri astronauti sul Soyuz?
In generale direi che rende bene atmosfera e pathos, ma esagera fino a perdercisi un po'
La vita non consiste soprattutto - e nemmeno in gran parte - in fatti e avvenimenti.
Consiste soprattutto nella tempesta di pensieri che infuria senza posa nella nostra mente.
(Mark Twain)

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