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Petito Moreno - Joseph Lilnovel

13/11/2017, 21:14

Donne! È arrivato l'arrotino. No, aspetta; donne! Attenzione, racconto ad alto tasso di pseudomessicano scalcagnato! Donna avvisata fa buon brodo.

A voi Petito Moreno, altro racconto con la bambina Venerdì.

“Questo posto mi ricorda una storia. Trent’anni fa, mi pare nell’81. Facevo lo sceriffo di Personville, o Lost Prairie come la chiamano a volte. Quel pomeriggio ero al piano di sopra dell’ufficio e stavo per farmi un pisolino. Già vedevo la mia Blanche aspettarmi in sogno.”
La sento stringersi a me. “Che c’è piccola? Sei scomoda seduta sulla sabbia? Hai la schiena contro le mie costole.” Le tiro su la coperta che abbiamo sulle gambe.
“No, va bene. Sono i sogni. Delle volte sono brutti.”
“Piccola, tutti facciamo brutti sogni. Ma quelli vanno via. La realtà, quella resta.”
Sta guardando il cielo serale già scuro. Anche lei ha cose dolorose da dimenticare. Meglio continuare la storia: “Invece, arriva della musica, da giù. Sembra una tromba. Che mi venga un colpo, mi dico, chissà chi potrà essere.
Mi affaccio alla finestra e vedo in mezzo alla strada un tizio basso ma quadrato, con trombetta e un grosso sombrero, un poncho colorato come un arcobaleno e una maschera strana sulla faccia. Suonava un motivetto da festa messicana, teneva il ritmo con dei campanelli attaccati agli stivali, e ogni tanto si interrompeva per gridare: «Ola! Ola della cittadina! My nombre es Petito Moreno, Petito Moreno el luchador!»
Lo guardo sfilare, con la bocca spalancata come quando hai un poker e l’avversario cala una scala reale. Finché si apre la finestra di fronte, quella sopra l’emporio, e il signor Ernquist si affaccia. Guarda giù, sbraita qualcosa, ma è coperto dalla musica. Così decido di andare a vedere prima che da qualche finestra sbuchi un winchester.
Caccio il cappello in testa, allaccio il cinturone mentre corro per le scale. Il tizio è appena passato davanti alla mia porta. Lo chiamo: «Ehi tu!» e gli corro dietro.
Quello si gira e allarga le braccia: «Ola! Scerifo?»
«Joseph Lilnovel, sì.»
«Ola! My nombre es…»
«Lo so il tuo nome, l’hai strillato a mezza città. Adesso è meglio che la smetti, prima che l’altra mezza decida di non avere voglia di saperlo.» Lo prendo per un braccio e lo tiro verso il saloon.
Quando entriamo non c’è nessuno, nemmeno McLeod, che però sbuca dal retro. Ci guarda e aggrotta le sopracciglia: «E lui?»
Quello spalanca il sorriso e parte avanti allargando le braccia: «Ola hombre! Yo soy Petito Moreno, el luchador. Es questo un local por la lucha libre?» Arriva da McLeod e gli prende con due delle sue la mano che teneva poggiata sul banco, e gliela stringe.
McLeod mi guarda oltre la spalla di quello: «Sceriffo! Cos’è, picchiato?»
Scosso la testa e lo raggiungo al banco: «Ne so quanto te. Ma secondo me hai fatto centro.»
Lo facciamo sedere. Riusciamo a fargli togliere la maschera e si calma. Ha due belle guancione cicciotte, e baffetti sottili. Gli offriamo un whiskey e comincia a spiegare: «Yo viagiar da citad a citad, organizar serate de lucha libre, e sfidar los paesanos. Se scometono dollaros. Chi vincer prende todos.» Tira una pacca alla spalla di McLeod: «Tu aber muy bueno local. Organizar serata de lucha, chiamar todos los paesanos. Tuo local pieno, vender mas vischios!»
McLeod si fa una bella risata. Poi però il tizio insiste, ha la parlantina, e pian piano ci convince. Un’ora dopo siamo d’accordo: la sera il saloon avrà un quadrato, quattro pali con delle corde. Lui sfiderà chi vorrà provare a batterlo. Ci mette dieci dollari, gli altri uno, chi vince prende tutto. Alla fine, lo accompagno pure ad annunciare l’evento per strada. Giusto perché qualcuno non voglia anticipare i tempi.
Così arriva sera, lui elemosina anche un pasto a McLeod, e la gente arriva al saloon. In effetti un bel po’ di persone, sarà perché Moreno è massiccio ma bassetto, e tanti pensano di guadagnare un eagle facile.
Tutti si accalcano intorno al quadrato. Lui è al centro, di nuovo mascherato, con tuta colorata pantaloni e bretelle. Spiega: «Chi vuol provar a sfidar el mas fuerte luchador del Messico? Por vincer, bisogna far toccar terra a la schiena del aversario fino a contar tre, o farlo dichiarar sconfito. No vale dare pugni, colpir agli ochi, calciar y morder, colpir a inguine, o con armi. Vamos, chi non ha paura de Petito Moreno?»
Il primo ad alzarsi è quel guastafeste di Simon Rottinger. A lavorare nei campi ha due belle spalle. Ride e si toglie la maglia, rimane in pantaloni e caccia fuori il dollaro. Si infila tra le corde e col piede rimane incastrato, quasi si inciampa e barcolla due passi. Qualcuno ride, il messicano gli lancia un epiteto, ora è meno allegro.
Si lancia su Moreno a braccia tese, tenta di agguantarlo ma quello all'ultimo si abbassa, schiva e gli scivola dietro. Piccolo, tamugno ma veloce. Da lì gli allunga una pedata sul di dietro e lo fa finire faccia a terra. Questa volta ridono in tanti, Rottinger si alza e ci raccomanda a modo suo a tutti i santi in paradiso.”
Alza la testa che aveva tenuto bassa, speravo si fosse già addormentata, invece: “In che modo vi ha raccomandato?”
Me la sono cercata: “In un modo molto poco carino. Insomma, Rottinger inizia caricare di testa, Moreno gli volteggia intorno, un paio di altri capitomboli e Rottinger non si rialza più. Quello gli si sdraia di traverso e grida: «Uno, dos, tres!» Poi salta i piedi e saltella coi pugni al cielo.
C’è silenzio, molti sono increduli. Rottinger si tira a sedere, si tiene la schiena. Il doc Whitefield si muove per primo, salta le corde e va dallo sconfitto, scambiano due sussurri e lo accompagna fuori.
Moreno guarda i volti: «A que tocar abeso?»
Molti si guardano. Qualcuno reintasca il dollaro. Un grido: «Io!» accompagna Dan Sanders che entra nel quadrato e porge la sua banconota. Non è alto ma ha un bel capoccione, quel poco di buono già mezzo alticcio. Tira su le maniche della camicia tutta unta, scopre gli avambracci pelosi da orso e come tale avanza a mani protese a ghermire.
Moreno saltella, schiva, Dan attacca a vuoto. Poi piglia la prima pedata e finisce sulle corde. La gente lì a guardare grida: «Vai, fatti valere!» e lo spinge avanti. Ancora un paio di attacchi a vuoto e di lanci da parte di Moreno, l'ultimo lo fa rotolare per terra, piegando la testa in un modo poco naturale. Moreno gli si tuffa sopra e «Uno, dos, tres! Victoria!»
Si alza braccia al cielo. La gente con la bocca aperta. Whitefield soccorre Sanders. E insomma, non avevo mai visto robe così.”
La guardo, lei fissa avanti, non sembra colpita, sempre impassibile. Continuo: “Moreno si piazza al centro, pugni ai fianchi e gomiti in fuori. Prende fiato, poi: «Senor! Avanti el prosimo.»
Molte facce sono meno convinte di prima. Qualche sguardo sembra ancora saldo. Due voci attirano l’attenzione: i gemelli McFarland. Bisticciano sottovoce, non certo una novità. Chissà cosa vogliono fare, giovani, magrolini e biondicci come sono. Moreno li appella: «Ehi, voi dos.»
Si immobilizzano e lo guardano. Lui li sfida: «Venite insieme. Sfido todos dos. Ma ci vuol dos dolar.»
Si guardano. Poi ghignano e fanno di sì: «Arriviamo!»
Tolgono la blusa e fanno vedere le costole. Salgono dai due lati. Moreno guarda di qua e di là per tenerli d’occhio. Magari hanno una speranza.
Scattano insieme, ma Moreno li attendeva e si lancia su uno, Timothy, o forse Jeremy. Lo schiva girado dietro e lo spinge contro l'altro, e finiscono per terra. Un paio d’altri assalti scomposti e di piroette, una leva alle braccia di entrambi. I fratelli urlano: «Basta!»
Moreno salta in piedi, saltella di nuovo, sempre pugni al cielo: «De nuevo el campion!»”
La piccola Hope fissa sempre lontano, il cielo ormai scuro sull’orizzonte. Forse dorme a occhi aperti. Chissà se mi sente.
“E poi?” Viene dalla sua bocca.
“Come?”
“Poi cosa è successo.”
Allora mi ascolta: “Succede che Moreno guarda quelle facce da pesci abboccati, inizia a sfottere: «Allor, senores? El prosimo? Todo achi los campion de la citad?»
In effetti, nessuno si fa avanti. Cowboy che guardano da un’altra parte. Mariti che si giustificano con mogli che gli danno di gomito. Qualcuno mi sussurra: «Sceriffo, vada lei.»
«Fossi scemo.» Rispondo.
Poi le ante si aprono: «Ecco il campione!» Sguardi corrono alla soglia. C’è Simon Revere, il garzone del fabbro. Quel poppante è impazzito, mi dico. Invece dietro di lui appare un’ombra grande il doppio. Lo scosta ed entra, è il suo capo. Abel Schouten, l’olandese muto, alto come la Devils Tower. Lui sì. Mormorii di approvazione. Entra a grandi passi, si pianta a gambe larghe e incrocia quei tronchi nodosi che ha per braccia.
Moreno si blocca e spalanca gli occhi dietro la maschera: «Madre de dios!»
Abel sorride sotto quei suoi baffi da vichingo. Toglie la blusa e mostra i pettorali, si fa strada fino al quadrato. La gente si congratula, incita, si permette qualche buffetto d’incoraggiamento. Fosse per strada non lo farebbe, pena un grugnito da bisonte da Schouten, come risposta.
Moreno è ancora immobile. Sarà la metà. Allunga il dito: «Tu es nuevo sfidante?»
La gente risponde: «Sì!»
Lui guarda intorno: «Esto bestion non eser de mia categoria. Yo no puete aceptar.»
Sollevazione: «Cosa?» «Perché?» «Devi accettare!» «Codardo!»
Abel entra nel quadrato. Moreno fa un passo indietro: «Non es regular. Yo voler almeno diece dolar por eser sfidado!»
Facce che si guardano. Poi passa una voce. Di bocca in bocca, poi di mano in mano, corrono dollari. Uno, due, quattro, sette. In un momento qualcuno infila dieci da uno nella tasca del pantalone del salvatore della città.
Un grido dalla massa: «Avanti!»
Abel grida: «Dex Aie!» e avanza.
Moreno fa un passo indietro, lo sguardo da preoccupato passa a furbo: «Bueno, fate avante!» Bluffava?
Il primo destro viene schivato all’indietro. Poi un pugno in basso da una capriola sul fianco, un tentativo di agguantargli le spalle da un saltello via, fin contro le corde.
Moreno si gira e guarda indietro, gli occhi stretti, la gente che gli sbraita contro: «Combatti!»
Il vichingo parte con un destro, il messicano si accuccia a terra, poi salta di lato. Abel con l'altra mano riesce a prendere il piede, strattone e Moreno finisce a stramazzare al suolo. Il grido: «Ah!» fa capire quanto stringano quelle mani abituate a piegare ferro tutto il giorno. Si gira di pancia, si tira su sulle braccia, scuote la testa.
L’olandese gli è sopra. La folla grida: «Schienalo!» Ma lui riesce solo a ruggirgli addosso: «Grrr!»
Un momento e Moreno lo guarda, gli occhi di nuovo lucidi. Si tira in ginocchio, ma Abel parte con un sinistro. Abbassa la testa a far sfilare quel maglio poi si getta con la spalla al suo petto, agguanta il braccione e fa leva ruotando indietro, se lo carica sulla schiena, lo fa passare sopra la spalla, il maniscalco ruota in alto e piomba di schiena.
Il bom! zittisce tutti. Moreno stringe ancora il braccio, gli gira attorno le gambe poi si fa cadere piegando l’arto prigioniero. Abel grida: «Ah!» Moreno tira e si avvita, torce il braccio all’inverosimile, alza la testa e grida: «Arendete, o te spezo!»
Abel riesce solo a gridare: «Ah!» e da un pugno sul piede che lo intrappola.
Whitefield corre alle corde: «È muto! Basta, si arrende!» e lancia l’asciugamano che ha sulla spalla verso Moreno.
Il messicano lascia il braccio e salta in piedi: «Yo soy el campion! Chi voler sfidarme ancor?»
Dopo Abel sarebbe un suicidio. Whitefield aiuta il maniscalco a uscire dal quadrato, braccio penzolante.
Moreno lancia ancora qualche sfida poi capisce e sbotta: «Yo soy el campion!» Prende i soldi e se li rigira in mano: «Gracias, es un piacer!»”
Guardo la bimba, che mi fissa. Devo essermi fatto prendere dalla foga, sono ritto, pugni che sferzano l’aria. Abbasso le mani, aggiungo: “È stato forte.”
Quella non batte ciglio. Continuo: “Comunque, dopo un po’ la gente se va via, Moreno è ancora lì che conta i suoi soldi. Lo saluto e saluto McLeod, me ne vado in branda. Dopo quel trambusto, mi addormento e spero di dormire fino a...”
La bimba salta su, è ancora una maschera di porcellana ma la voce tradisce concitazione: “No! Non dormire!”
Che ha fatto? “Piccola, tranquilla, è solo una vecchia storia.”
“Va bene. Però non dovevi lasciarlo solo.”
“E tu come lo sai?”
Fa spallucce: “Non lo so, so solo che quell’uomo è pericoloso, non va lasciato solo.”
Affilo lo sguardo: “Comunque, quella notte fatico a prendere sonno. Anzi a notte fonda faccio un sogno strano. Moreno che se ne va in groppa a un asino. Ride e conta i soldi.”
La piccola mi guarda. Bocca aperta, occhi grandi. Vuoi vedere che: “Ehi, cos’è quella faccia?” Lei non cambia espressione. Meglio continuare, va: “Così mi sveglio, agitato. Corro per strada. Il mio istinto di sceriffo mi lancia brividi giù per la schiena. Vado al saloon. Chiuso. McLeod dorme di sopra, per chiamarlo dovrei svegliare mezza città. Guardo la strada. La bottega di Abel Schouten. Corro, arrivo, la finestra è spalancata. Mi affaccio, tutto sotto sopra. È stato qui. Rottinger, la sua catapecchia, sta al confine della città. Sanders non ha fissa dimora. Dai McFarland potrebbe già essere passato. Magari lo becco ancora. Corro verso la fine della strada. Il buio mi copre.
Ecco casa di Rottinger. Anche quella abbandonata, stanotte, oppure con l’unico inquilino ridotto come fosse finito sotto una mandria di tori. Porta aperta. Mi avvicino. Un rumore. Mi blocco, faccio piano, entro. C’è appena luce. La sala grande è un disastro, in un angolo una figura, tiene qualcosa che fa un bagliore. Sta frugando. Si gira, mi tiro di lato. Era lui, con una lampada con un telo sopra.
Faccio un respiro, potrebbe scappare, agile com’è. Salto dentro: «Ehi, Moreno!»
Sussulta girandosi: «Ohi! Esta lei scerifo.»
«Stai arrotondando, Moreno?»
Lo sguardo sorpreso diventa di sfida: «Scerifo. Me aber trovado. E adeso cosa volemo far?»
«Facciamo che mi segui in città, restituisci quello che hai rubato e ti fai qualche giorno con l’ombra a scacchi sulla faccia.»
«Scerifo! E como voi far si no aber el cinturon?»
Vero. Sono uscito di corsa. Affilo lo sguardo nel suo: «Faccio che vieni con me. Adesso.»
«Ah ah ah! Preparate a fermarme, alor!» appoggia lampada e quel che ha in mano.
Mi carico sulle gambe, sgranchisco le dita. Lui fa due saltelli, fa un ghigno. Un salto in aria, apre le gambe in volo e tocca i piedi con le mani poi riatterra diritto. Salta ancora piroettando e lancia un calcio rotante, atterra accucciato poi fa una capriola indietro, finisce schiena a terra, raccoglie le gambe, le slancia in aria e salta in piedi: «Pronto?»
Rispondo: «Pronto.» e prendo la Colt infilata dietro i pantaloni.
Il click del cane accompagna il suo sguardo che torna a spalancarsi, digrigna i denti: «Maldido.»”
La bambina è sempre impassibile.
“E così l’ho sbattuto dentro.”
Nessuna reazione.
“Ti è piaciuta la storia?”
Dovrebbe essersi addormentata mezz’ora fa. Invece dice solo: “Molto.”
“Davvero?”
“Domani me ne racconti un’altra?”
“Certo. Basta che dopo dormi.”
Mi guarda, poi si accuccia e chiude gli occhi.
Aspetto che il respiro si faccia profondo. Liscio i baffi. Il sole ormai è tramontato. Sposto la sua testa da addosso a me, piano, la adagio sulla coperta che ho messo come cuscino. Chissà se anche lei sente qualcosa, nella schiena, come il mio brivido da sceriffo. C’è da ravvivare il fuoco, da sistemare la legna per la notte. Mi alzo. Infilo uno stivale poi l’altro…
“No!”
Mi volto, lascio cadere lo stivale, lei è seduta, con gli occhi spalancati, la mano tesa, aperta verso di me.
A terra, da dentro lo stivale scappa via uno scorpione, grosso come un toro in mezzo ai vitelli. Che errore non controllare.
La guardo: “Ehi, grazie.” Sta ansimando. “Tutto bene?”
“Sì. Ma, sono i sogni. Delle volte sono brutti.”
“Ma mi hanno salvato la vita.”
Le sorrido, si calma. Torna a mettersi giù. Finisco in fretta, voglio tornare a dormirle accanto.
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Re: Petito Moreno - Joseph Lilnovel

19/11/2017, 9:09

Scusa se non commento in maniera esaustiva, ma non avendo letto tutti i racconti precedenti, mi perdo. Non comprendo tutto. Posso solo dire che l'hai scritto con quel piglio che ti contraddistingue. Non posso giudicare altro. :D
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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Re: Petito Moreno - Joseph Lilnovel

10/12/2017, 16:51

Molto bello... ma quest'uso del linguaggio spagnoleggiante assolutamente a caso rovina tutto :-(
La vita non consiste soprattutto - e nemmeno in gran parte - in fatti e avvenimenti.
Consiste soprattutto nella tempesta di pensieri che infuria senza posa nella nostra mente.
(Mark Twain)

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Re: Petito Moreno - Joseph Lilnovel

10/12/2017, 21:18

Eh oh se non lo so non lo so.
Però questo dovrebbe essere un po' caricaturato...
Tanto lo so che sarete almeno due o tre ad aiutarmi quando dovrò scrivere la versione buona per Mondazzoli. :D
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Re: Petito Moreno - Joseph Lilnovel

10/12/2017, 21:49

Un po' caricaturato sì, ma "a caso" no :cry:

Certo, quando vuoi! ;-)
La vita non consiste soprattutto - e nemmeno in gran parte - in fatti e avvenimenti.
Consiste soprattutto nella tempesta di pensieri che infuria senza posa nella nostra mente.
(Mark Twain)

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