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Le avventure dell'investigatore Emilio Serranti - Nessuno è perfetto

15/10/2017, 12:02

Le avventure dell'investigatore Emilio Serranti
- Nessuno è perfetto -

La scrivania era stata spostata più volte. La segretaria credeva di farmi un favore a porre il tavolo vicino alla finestra, ma io non avevo nessuna intenzione di ammirare il panorama. Roma la conoscevo bene stando tutto il giorno fuori; la odiavo. Per tornare a casa impiegavo tre quarti d'ora, per non parlare di tutti gli spostamenti di lavoro. Purtroppo non l’avevo scelto io di fare l’investigatore. Il signor Minardi, della famigerata Minardi & figli non aveva più bisogno di un agente immobiliare. Senza soldi, non potevo rifiutare l’offerta di Alberto di mettermi in società con lui; l’affitto in città era caro e lui se n’era approfittato, altrimenti non si spiegherebbe del perché fosse partito per le Canarie poco dopo aver firmato il contratto. Non avevo nessuna intenzione di modificare la targhetta posta fuori dalla porta, anche se lui dovesse tornare e mettersi in ginocchio. Ci avevo messo un po’ a capire come sia fare l’investigatore; devo dire che Betti, così la chiamavo in segreto, mi era stata sempre d’aiuto. Se solo sapesse che la chiamavo così, non mi farebbe più da segretaria. Betti era la signorina Moretti, Giulia Moretti. La sua somiglianza con Betty Boop era impressionante. Un po’ meno femminile, ma aveva un qualcosa da fumetto. Simpatica lo era, altrettanto pignola nel ricordarmi tutto; eccessiva nel prendersi cura di me. Mitigavo i suoi slanci con un secco “no” scritto su un foglietto quando esagerava. Lei capiva che non era aria e tornava nel suo ufficio che consisteva in un angolo accanto all'entrata e adibito a stanza per ricevere i clienti, con sala d’attesa annessa. Un monolocale separato da una porta. L’attaccapanni era in società. D’altronde eravamo in due, e uno era più che sufficiente.
“Buongiorno signor Serranti. C’è la signora Nerei che l’aspetta. La faccio entrare subito?”
“Sì, falla passare. Che altri appuntamenti ho per oggi?”
“ Solo un altro, quello con Minardi. “
“Quindi mezza giornata solo con lui" sbuffavo.
“Posso? È permesso?”
La signora Nerei era arrivata in anticipo e stava seduta prim’ancora di ricevere il consenso.
“Le avevo detto di aspettare" sentenziò la segretaria.
“Non fa niente. Può andare. La chiamo io se ho bisogno.”
Giulia col capo faceva di sì, ma intanto scrutava la donna e io tossivo per farla uscire. E proprio allora che iniziava il monologo della signora Nerei. Così mi era sembrato visto che ero intervenuto molto dopo.
Tralasciando gli anni di fidanzamento, mi ero interessato al discorso solo quando lei si era soffermata sul marito e dei suoi vestiti da donna. Tra tutte le stranezze che avevo ascoltato negli ultimi mesi, la storia di Nando fu la più originale.
“Deve sapere che mio marito è un gran lavoratore, sta sempre con me e con i miei figli. L’unico svago è il calcetto. Il lunedì e il mercoledì. Poi però da una ventina di giorni si sono dati un giorno in più, il venerdì .”
Fin qui il racconto non mi scolvolgeva più di tanto, già pensavo che il venerdì era il giorno dell’amante. Un’altra famiglia scoppiata di cui mi sarei dovuto occupare. Spostato il fermacarte, prendevo un foglio per segnarmi fin lì. Ancora non avevo detto neanche una parola alla signora. Meglio tenersele, le parole,per la fine del racconto. Continuava a spiegarmi che ultimamente era meno affettuoso, spesso stanco. Però il fine settimana tornava a essere il marito che aveva sposato. Due persone diverse nello stesso corpo. Pensavo tra me a una crisi di mezza età, a un inizio di depressione o a una donna. Quasi sempre le tre cose erano unite.
All’inizio detestavo questo lavoro, non conoscevo nulla su come barcamenarmi. Poi mi rendevo conto che bastava un tocco di psicologia, abitudine all’intrigo amoroso e non, fino a una passione per la fotografia. Il resto veniva tutto con estrema naturalezza.
Appuntavo il profilo della persona da pedinare grazie alla descrizione dei clienti. Con grande soddisfazione ricordavo ancora il primo caso. Matteo Fontana che rubava i soldi alla madre. Lei, preoccupata, mi chiamava per seguirlo. Mi scervellavo sul perché non lo facesse lei e sulla motivazione di questa donna nel non presentarsi da me in ufficio, ma di sentirci solo per telefono. Regolare coi pagamenti, ma assente di persona. Le avevo consegnato le foto che ritraevano suo figlio comprarsi un po’ d’erba e lei, dopo aver aperto la porta di casa, stava seduta su una sedia a rotelle. Un ragazzo in più salvato, prima che passasse a qualcosa di più forte.
“Due borsoni, non uno. Vicini, apposti sul portabagagli posteriore" aveva continuato la signora Nerei.
“E perché due borse?” chiedevo dando attenzione a sprazzi al racconto.
“Questo lo deve scoprire lei signor Serranti. Io sono scioccata, scioccata…”
“Che trovò di così strano?”
“Nella prima sacca ho trovato la roba di calcio, nell’altra tutti vestiti da donna, una parrucca e dei cosmetici. Io neppure mi trucco da anni e non sono i miei. Niente è mio. Quel disgraziato. Se mi è diventato un travestito, giuro che l’ammazzo.”
“Innanzitutto si calmi e vediamo il perché di questa stranezza. Lasci i suoi dati alla mia segretaria, mi occuperò da subito del suo caso. Stia tranquilla, non è niente di anomalo.”
“Dottore, la posso chiamare così? Lei ne avrà viste tante, ma io voglio un uomo, non una compagna di avventure. Trovi quello che deve trovare che poi ci penso io a lui.”
Povero Nando. Chissà che accoglienza avrà tra qualche settimana. E pensare che già mi stava simpatico. Ero pure solidale con lui. Sopportare una moglie non era mica facile, specie se con idee antiche. Io mi ero salvato per miracolo da Marisa. Portatrice insana di accasamento. Non concepiva la reazione di chiudere con me. Vederci una volta da me e una da lei mi pareva una buona idea.
Il colloquio successivo con Minardi avevo concluso la mia giornata. Continuava a darmi del lavoro, grazie a una moglie esuberante e lui cornuto, contento e arrapato. Solo alle diciannove ero riuscito a masticare il mio bastone di liquirizia al posto delle sigarette, con il quale avevo l’impressione di non avere mai smesso. Giulia era uscita da un’ora, aveva un appuntamento amoroso. “Roma non fa la stupida stasera, daje una mano” a 'sta povera ragazza, cosicché non sfoghi i suoi ormoni verso di me. Gli occhi da cerbiatta innamorata li evitavo come la peste. Chiusa la porta, il soprabito sull'attaccapanni ero ormai fuori dall'ufficio. Roma era calda quella sera e anche la gatta lo era. I mocassini perfettamente lucidi grazie allo strofinamento del suo pelo. Domani mi avrebbe aspettato Nando il travestito, per quel giorno mi consolavo con un piatto di carbonara e di un letto.
Mercoledì il signor Nerei giocava a calcetto.
Venerdì il signor Nerei giocava a calcetto, ma con un suo amico, un certo Claudio Amurri che lo attendeva sotto casa sua.
Segnato sul taccuino. Provato a mettere in moto e l’auto non sentiva ragioni.
Tre ore dopo i due tornavano sotto casa del signor Amurri che riprendeva dal bagagliaio le due borse per metterle dentro il capanno degli attrezzi in giardino. Appuntato tutto, anche di chiamare il meccanico.
Roma a piedi era stupenda, se ti andava di farti una passeggiata di tre chilometri. Masticavo la radice di liquirizia.
Promemoria: passare da mio padre in campagna nel fine settimana, macchina aggiustata permettendo e farsi tagliare dei pezzetti di liquirizia. In alternativa tornare a fumare di nuovo.
La macchina era da buttare, Checco il meccanico aveva dato la sua sentenza.
“Dottò, portatela allo sfascio, non è più buona per andarci in giro.”
Ne prendevo atto. Non restava che esternarlo ai miei clienti, un investigatore che pedinava in pullman, in metro o in taxi non si era mai visto. Avrei dovuto prendermi una pausa dal lavoro finché non avessi trovato una nuova macchina senza svenarmi. I risparmi negli ultimi tempi li avevo usati per risistemare l' ufficio e per dare una mano a mio padre che faticava a muoversi. Ero stato costretto a pagare una badante a metà giornata per aiutarlo e le mie possibilità economiche per una Ferrari erano al minimo.
Chiamavo Franco, amico di una vita. Avevo bisogno di bere, chiacchierare e di un incontro femminile. Decisi ad andare al “Blue Moon ”. Parcheggiato distanti dal locale. Era venerdì ed era pieno di macchine. Davanti a noi c’erano due uomini che s’incamminavano verso il teatro. Il parcheggio era l’unico del quartiere. I borsoni erano quelli già visti. I due calciatori si dirigevano a teatro. Franco mi aveva maledetto per un po’. Andare a teatro anziché al night era un segno di amicizia profonda. Non avevom tardato nello scoprire che Nando e Claudio altri non erano che Joe e Jerry o per meglio dire Josephine e Dafne che recitavano in “A qualcuno piace caldo.”
Non mi ricordavo che sua moglie avesse parlato della passione del marito per la recitazione; in verità non ero neppure così sicuro. Qualcosa mi era sfuggito nel discorso della signora Nerei. Franco si stava attizzando, lo percepivo. Con una bella pacca sulla spalla a suggellare l'entrata di “Marilyn” io addentavo con voracità il mio bastone di liquirizia. Niente macchina fotografica per immortalare Nando e cellulari vecchio modello sia io che Franco.
“Signora Nerei, mi scusi il disturbo di prima mattina. Ho lasciato i miei appunti in ufficio. Mi potrebbe rinfrescare la memoria sulle passioni di suo marito oltre il calcio? Non so la musica, la recitazione, la lettura…”
“Si ricorda male. Mio marito gioca a calcio e per il resto è piantato al divano. Al limite è appassionato di programmi televisivi.”
“La ringrazio. Mi segno tutto e la richiamerò prima possibile.”
Cosa potevo aggiornare se non sapevo cosa stava succedendo? Mi mancava un tassello. Se Nando Nerei non aveva la passione della recitazione, cosa ci faceva sul palco di un teatro?
Le domande nella testa si accavallarono al punto che avevo sbattuto contro lo spigolo del letto. Non ero ancora andato in ufficio e avevo chiamato di nuovo la signora Nerei. Ricevuti tutti i recapiti, ero al campo da calcetto. Al suo posto di lavoro non sarei potuto andare per parlarci. Nando era un impiegato postale. Non saprei se fosse stata peggio la fila alla posta o tutto un allenamento di maschi sudati per uno sport volto a tirare una palla dentro la rete avversaria. Finito lo spettacolo sul campo sportivo, aspettavo Nando vicino la sua macchina. Fuori da ogni regola, mi palesavo a lui svelando che sua moglie era preoccupata della sua situazione. Gli avevo raccontato tutto o quasi ciò che avevo visto e che avrei dovuto riferire alla sua consorte. Che la mia vocazione da detective non fosse spontanea era conclamato; questa volta avevo perso ogni dignità nel chiedere al diritto interessato dei miei pedinamenti rivolti a lui.
“Non sa il peso che mi toglie. Non ho mai mentito a mia moglie, ma come potevo spiegargli della scommessa?”
“Scommettiamo che non si arrabbierà? L’aiuterò io, mi dica qual è il problema.”
“Se è per questo sono più di uno. Il fatto di saper suonare e la sfortuna a poker.”
Deciso! Porterò la signora Nerei a teatro il venerdì successivo dopo averle offerto la cena e lì le svelerò tutto facendole vedere anziché spiegare a voce. L’ultima volta che ero uscito fuori con una donna avevo ancora i capelli. Tutti. Ora la metà erano andati persi. Ma alla signora davanti a me non interessava delle mie calvizie.
“Tra poco la porterò da suo marito. Ho scoperto che aveva perso una scommessa col proprietario del teatro Odeon. Lo conosce anche lei, no?”
“ Sì, certo. Sono amici da sempre. Ma perché andiamo a teatro, non capisco.”
“Suo marito da giovanissimo faceva parte della banda di paese ed era l’unico insieme a Claudio, che faceva già parte della compagnia teatrale, a poter sostituire l’attore nella commedia. Serviva uno che sapesse anche suonare oltre che recitare. Non potendosi permettere la cifra persa a carte, si è sdebitato come sostituito dell’attore malato.”
Dopo aver scolato due bicchieri di vino la signora si ricomponeva stando attenta a non perdersi il mio discorso, di cui cominciavo a sdrammatizzare.
Risate per tutta la commedia. In fin dei conti giocare di nascosto e dire bugie erano un torto non da poco, ma vedere il marito su un palco suonare e recitare abbastanza bene, seppure in abiti femminili, addolcivano i sotterfugi e i guai dell’uomo. In fondo, come dissero a Nando nella battuta finale, “nessuno è perfetto.”
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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Re: Le avventure dell'investigatore Emilio Serranti - Nessuno è perfetto

15/10/2017, 12:14

Testo corretto dopo averlo scritto mesi fa. Spero non ci siano errori grossolani di nuovo. Segnalateli, eventualmente. Grazie.
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

F. Kafka

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Re: Le avventure dell'investigatore Emilio Serranti - Nessuno è perfetto

16/10/2017, 16:19

No errori no.
I tempi verbali mi suonano un po' strani. Alle volte sento un imperfetto che sembra la denuncia dell'appuntato (potrebbe essere anche appropriato). :)
Poi qualcosa tipo:
Non avevo nessuna intenzione di modificare la targhetta posta fuori dalla porta, anche se lui dovesse tornare e mettersi in ginocchio.

Anche qui i verbi.
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Una risata vi seppellirà

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Re: Le avventure dell'investigatore Emilio Serranti - Nessuno è perfetto

16/10/2017, 16:32

Strani, dici? Volevo addirittura mettere tutto al passato remoto, ma ho lasciato l'imperfetto. La frase non mi suona strana quella che hai citato.
Sentiamo altri pareri.
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

F. Kafka

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Re: Le avventure dell'investigatore Emilio Serranti - Nessuno è perfetto

16/10/2017, 18:34

Il passato remoto è sempre un classico.
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