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La scuola nel pueblo - Joseph Lilnovel

22/09/2017, 21:45

Magari non è un gran periodo ma vi voglio sottoporre un momento importante della storia di Joseph Lilnovel. Questo è il primo dei tre racconti che lo narrano. A parte i pareri generali, c'è una cosa di cui vorrei un consiglio: i dialoghi in finto messicano. Cioè, non so lo spagnolo, men che meno ho idea di come storpiare l'italiano per rendere un messicano che parla in inglese. Grazie a chi vorrà dire la sua.

La scuola nel pueblo

“Il deserto roccioso è il peggiore, lo so. Ti mangia gli zoccoli.”
Batto la mano sul collo del mustang, lo consolo ma non posso farlo rallentare. Abbiamo fretta, se il mio istinto di sceriffo non mi tradisce.
Il sole è basso, si infila sotto la falda del cappello e tra le palpebre. Mi spazzo il sudore dagli occhi: “L’ultimo sforzo, bello.”
Infatti, là in fondo: costruzioni basse, di calce chiara. Miraggi non direi.
Ci avviciniamo spostandoci dalla traiettoria del sole. Le case si fanno più nitide. Le più vicine sono sparse, con cortile e recinto a dividere la roccia di fuori da quella coltivata, di proprietà: di certo messicani.
Una struttura è più lunga, senza cortile. Dev’essere quella che cerco. Nessun segno di vita, dentro o intorno.
Poi appare una testa, a una finestra. Piccola, capelli lunghi, una bambina. Immobile, non distinguo il volto. Chi è? Un brivido mi sale per la schiena.
Uno strattone la scosta e balena un luccichio. Mi basta: “Oh oh!” Pianto gli speroni e caccio giù la testa. Infatti: bang! un calibro .45 sibila a un millimetro dalla tempia.
Estraggo, e via verso la casa più vicina. Pochi respiri e metto la costruzione tra me e quella finestra. Faccio bloccare il cavallo, si ferma scalpitando: ihihih! Anche a lui non piace l’accoglienza.
Qui è tranquillo. Poi la porta si apre. Salto a terra, rotolo sdraiato, miro. Esce solo un avambraccio, sventola la mano aperta. Nulla di aggressivo. Il mustang muove la testa, sbuffa, ancora non ha pace. Io provo: “Ehi, del posto.”
Spunta un occhio: “Hola hombre!”
Mi tiro su sui gomiti, abbasso la canna: “Salve a voi. Mi chiamo Joseph Lilnovel e mi hanno appena sparato.”
Spunta un uomo tozzo: “Gringo americano? Viene, tu es bienvenido. No temere.” Facce sbirciano da dietro finestre.
Guardo il mustang, agita il muso e sbuffa. “Che dici vecchio mio, ci fidiamo?” Mi guarda e si calma. Siamo d’accordo, lo prendo per le briglie e mi avvicino. Rilascio il cane. Anche le spalle, i denti, la tensione. La colt la tengo, bassa.
Arrivo alla porta e il tizio mi accoglie con un faccione largo color cuoio, due baffi più alti dei miei e gli occhi da cane bastonato: “Senor, vien.”
Lego il mustang ed entro. La stanza ha un tavolo, delle donne sedute. Una lampada illumina appena la penombra. Mi accolgono sette uomini, tutti del sangue del primo. Uno più anziano è chinato al capezzale di un altro sdraiato su delle coperte vicino a un muro.
Gli occhi sono tutti per me. Tolgo il cappello e smetto di avere il broncio, più amichevole non so fare: “Signori, signore. Mi chiamo Lilnovel, sono in viaggio e cercavo ospitalità per la notte. Poi mi hanno sparato, ma giurerei di non aver fatto niente di male, ancora.”
Il primo tizio mi guarda con gli occhi di chi è già morto: “Oh senor. Questo es nostro piccolo pueblo, siamo gente pacifica che lavora la terra. No es da temer. Purtroppo ieri es venido un bandido. Un uomo cattivo, un mostro. Ha assaltato nostra scuola, catturato todos le bambine.” Guarda il tavolo, da cui arrivano singhiozzi. “Dice che se ci avviciniamo le materà.”
Una delle donne consola un’altra, mi guarda, capelli arruffati, occhi disperati. Affilo lo sguardo e lo giro intorno. Indovino: madri piangenti abbracciate da maestre sconvolte. Uomini arrabbiati ma impotenti. Nessuna pistola in vista ma qualche pugno stretto. Mi guardano con speranza o sospetto. Quello all’angolo è un medico. Il ferito ha il petto fasciato, su cui scommetto stava appuntata una stella. Accenno a lui: “È la legge?”
Il mio ospite spalanca gli occhi: “Sì. Como lo saber?”
“Eravamo colleghi.” Sospiro, poi mi avvicino: “Salve, mi chiamo Lilnovel e vengo dall’america. Là ero uno sceriffo. Mi pare abbiate bisogno di aiuto qui.”
L'uomo sdraiato tenta di alzare le spalle e mugugna di dolore, poi: “Mio nome Ricardo Sabela. Como es che non ha più stella al petto?”
L’amico non si fida. Bravo. Lo punto negli occhi: “Storia lunga. Ma non ho cambiato sponda, non temete. Chi è quel gentiluomo che mi ha accolto col piombo?”
Lui crolla di nuovo sdraiato: “Uno con mira muy buena. Non l’ho visto in faccia, le ragazze sì. Messicano, grossi baffi, pelle scura, capelli lunghi e unti.” La descrizione di tutti i presenti. Utile. “Un grande fetente, por rapir los chicas. Muy periculos.”
Qualcuno dietro freme. Mi giro. Un uomo, giovane, col pugno tirato; distoglie lo sguardo. Mi liscio i baffi e sondo il terreno: “La pallottola l’ha presa facendo irruzione?”
“No, me ha colpito a tradimento, contrattavamo da la finestra. Dia retta, es dabero cativo. Nostre bimbe soy in periculo.”
Al tavolo una ragazza scoppia a piangere: “My Viviana!” Lacrime a rigargli lo sporco sul viso. Nasconde il volto nell’abbraccio di un’altra.
Il giovane non ce la fa più: “Por cuesto dobremo far irruzione! Ogni minudo el rischio aumenta. Acerchiamo la scuola, abiamo un fucil!”
Un fucile. Uno. Armati fino ai denti.
“Fidencio! Basta. Si ce muoviamo quel gringo ammazza anche tu nipote.”
“La materà lo steso, si no agiamo. Apena vien el buio, jo dico de andare, todo insieme, saltar dentro e coglierlo de sorpresa!”
Sabela tenta di rizzarsi su un fianco, ma demorde con un grido: “Ah!”
Ha ragione. Se si muovono questi quattro aratori di pietre, ci sarà un massacro. D’altra parte stare fermi è pericoloso, e quei giovani dal cuore pieno di tequila sono esplosivi. Però posso muovermi io.
“Mister Sabela ha ragione, non avete esperienza, vi farete solo ammazzare.” Aspetto che ilt giovane mi punti occhi di fuoco, poi: “Ma io ne ho tanta, e so come trattare questi maledetti. Andrò. Ora.”
Questo sì che è richiamare l’attenzione. Sabela aggrotta la fronte e mi lancia un’occhiataccia. Una donna porta la mano alla bocca. I tre riottosi hanno espressioni diverse, non sanno che pensare. Altri uomini sono a bocca aperta. Uno più alto accenna un: “Ma, los ninos.”
Fidencio batte il pugno nell’altro palmo: “Si! Andiamo todos, uniti! Lo…”
“Fidencio!” Sabela grida ma una smorfia anticipa colpi di tosse: “Hem hem hem!” Il medico lo spinge giù, gli sussurra qualcosa.
Alzo le mani: “Ho detto che vado io. Andrò solo. A mani alzate, per parlamentare. Non sarò un pericolo, le vostre bambine saranno al sicuro.”
Un altro più grosso fa un passo avanti: “Mas periculoso, no!”
Sabela scosta le mani del dottore, io lo guardo e sorrido: ”Se non vi va bene, vi autorizzo a spararmi. Alle spalle. Avete ben un fucile.”
Forse mi è venuto più un ghigno, visto gli sguardi della platea. Mi spiace per le donne, le ho turbate ancora di più.
Prendo la porta e giro intorno alla casa. Mi gridano qualcosa, credo. Piuttosto, guardo la scuola e avanzo. Alzo le mani, la colt nella fondina: “Ehi! Vengo in pace! Dobbiamo parlare!”
Un passo, un altro. Dietro, sento gli occhi dalla fattoria, tensione,indecisione. Supero il recinto, sono a trenta metri.
Prendo un respiro. È necessario, ma farà male. Da dietro o da davanti?
Venti metri. Spunta ancora la testa della bambina, da una finestra. Pallida, immobile. Impassibile. Ma ecco luccicare una canna, nascosta da una tenda. Sarà da davanti.
Bang! Invece arriva da dietro, dalla fattoria. Dalla spina dorsale arriva un lampo di dolore, cortocircuita il cervello. Uno schizzo di sangue esplode dove esce il colpo, i muscoli si contraggono e roteo: “Ah!” poi mi affloscio e tutto è nero.

Merda! Che male. Mi sveglio. Ah, male dappertutto. Merda. Respiro. Piano, i polmoni bruciano. Chi avrà sparato? Fegato, e mira. Sabela? Ahi, mi ha preso bene l’amico, fa proprio male. Sono anche caduto storto come uno scorpione schiacciato da uno stivale. Essere un bastardo che non può morire è utile, ma scomodo.
Ah, brucia. Socchiudo le palpebre, sembra già buio.
Conto le ossa, i muscoli. Devo riprendere il controllo.
Sì è notte, buia come dentro la canna di una colt. Dovrei essere a dieci metri. Sposto la testa, guardo la scuola. Da un paio di finestre appena un bagliore.
Striscio sulla terra dura, nessun rumore. Verso il muro, sei, tre metri. Ci sono sotto. Scivolo rasoterra, giro oltre l’angolo della scuola, sono sul lato di fianco. Mi siedo sotto una finestra. Estraggo e carico.
Tutto silente.
Mi tiro su, un millimetro alla volta. Sbircio.
Una stanza. Contro il muro in fondo, il profilo delle bambine. Accanto, seduto alla finestra, un profilo massiccio. Fermo. Guarda fuori.
Ci passo: mi tuffo dentro. Rotolo in ginocchio: “Ehi!” Bang! Il lampo illumina il corpo, appena girato. Preso al petto, grida: “Ah!” e stramazza.
Quella voce, quel volto, maledetto.

- continua -
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Re: La scuola nel pueblo - Joseph Lilnovel

22/09/2017, 22:42

Parlo sia inglese che spagnolo... spesso in contemporanea! (E non è una battutaaaa :roll: )
Stanotte ci do un'occhiata o?
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Re: La scuola nel pueblo - Joseph Lilnovel

26/09/2017, 21:45

Dipende cosa vuoi fare. Se vuoi lasciare uno spagnolo maccheronico (mi sembra questo che hai fatto) oppure vuoi renderlo in lingua originale.
Ho aiutato il mio amico con una frase o poco più in spagnolo nel suo libro poiché il personaggio era sudamericano (e anche lì cambiano alcune espressioni da quelle dette in Spagna).
È stata una piccola cosa, che poi ho voluto chiedere conferma a nativi spagnoli. Non ci si improvvisa traduttori. Se sei per tradurlo sul serio in spagnolo (le parti che servono) poi ho modo di avere conferma che si dica effettivamente così. Non basta tradurre letteralmente.
Se è una cosa ironica, puoi lasciarlo com'è.
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Re: La scuola nel pueblo - Joseph Lilnovel

26/09/2017, 22:52

No deve rimanere in italiano (d'altra parte il parlato non è in inglese). Solo volevo rendere non fosse madrelingua. Insomma vorrei provare a scrivere come uno spagnolo (anzi messicano) che parla in italiano (con forte inflessione).
Però non proprio comico...
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Re: La scuola nel pueblo - Joseph Lilnovel

27/09/2017, 6:39

Allora van cambiate un po' di cose, perché così risultano sbagliate anche delle parti "in spagnolo"... ad esempio "como lo saber?" andrebbe messo almeno "como lo sabes?", se no tanto vale che tu lo lasci in italiano...
E sulle ñ metti la tilde, "señor", se no tanto vale lasci "signore"

Se vuoi, te lo ciaccio un po' (domani, oggi non riesco)

¡Hasta luego!
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Re: La scuola nel pueblo - Joseph Lilnovel

11/10/2017, 7:44

Ma un giorno li metterai tutti insieme in un libro?
Il messicano mi pare che funzioni, basta leggerlo col tono di:
"la mia donna era al fiume. Lavava. Il gringo la voleva..." :lol: :lol: :lol:

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Re: La scuola nel pueblo - Joseph Lilnovel

11/10/2017, 16:07

Eeeeesattoooo!
Tutte le mie conoscenze di messicano vengono da lì, fa un po' te. :lol:
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Re: La scuola nel pueblo - Joseph Lilnovel

11/10/2017, 16:40

Tutti insieme in un libro... non saprei, non hanno la caratteristica di racconti da mettere in un libro.
Starebbero bene a puntate da qualche parte, magari.
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Re: La scuola nel pueblo - Joseph Lilnovel

12/10/2017, 8:36

MasMas ha scritto:Eeeeesattoooo!
Tutte le mie conoscenze di messicano vengono da lì, fa un po' te. :lol:


Direi che si nota... :LOLP:
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