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MasMas
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Say hey to abduction!

27/07/2017, 23:51

Massimo Zuppiroli guidava sull’autostrada, deserta. Erano le tre di un venerdì notte, passato a litigare all’ennesima riunione di ufologi, come si autodefinivano. Chissà perché si disturbavano a chiamare un esponente del CICAP quando quello che volevano era giocare a “facciamo che” come i bambini.
Era tutto spettinato. Il suo bel ciuffo brizzolato, dopo un’idiozia di troppo, si arrendeva e penzolava disordinato sul suo occhio. Lui, invece, era capace di resistere per ore, giorni, settimane. Una vita passata a contrastare orde di fanatici millantatori, sorretto dalla potenza della scienza.
Si sorrise nello specchietto. Certo che non aveva una bella cera. Le tre di notte in un'autostrada deserta, un colpo di sonno ad attenderlo: anche quello un modo per farlo fuori. Ma non avrebbero vinto. Alzò il volume della radio. I rumori di sottofondo del pianeta Saturno, il suo mp3 preferito, l'avrebbero tenuto all'erta. Abbassò anche il finestrino, aria fresca.
Due luci, nello specchietto. Forse un po’ di compagnia avrebbe aiutato.
Rallentò. I fanali si avvicinarono. Anzi no, più che avvicinarsi, si allargavano. Poi si restrinsero. Vide la sua fronte aggrottarsi nel retrovisore. Non era un esperto di ottica ma quel fenomeno non gli parve normale. Forse il sonno gli giocava scherzi.
Le luci adesso si avvicinarono davvero. Ma si alzarono anche dal livello della strada. Forse un camion? Probabile.
Le luci aumentarono di larghezza, divenendo meno nitide. Non erano stabili l'una rispetto all’altra, si spostavano, einsteinamente parlando. Due oggetti indipendenti, forse. Motociclette?
Poi ogni luce divenne quattro. Piccole e quasi unite, ma quattro. Facevano parte di due oggetti, che si alzarono dal livello della strada.
Strinse gli occhi per osservarli meglio.
Accelerarono, tanto. In due secondi uscirono dalla vista dello specchietto, le luci divennero forti, arrivò un suono vibrante e sordo, lampi invasero l'abitacolo da dietro. Serrò le mani sul volante: “Ma che ca…!” Un rombo lo sorvolò, la luce divenne abbagliante, lampi ovunque, uno scossone causato da un’onda di vento squassò l’auto: “Mer…!” Ancora un tuono e davanti apparvero esplosioni di luce che gli fecero socchiudere gli occhi, tutto intorno a una cosa enorme, scura, rotonda e rotante.
“Caz…!” gridò nel rombo e nel vorticare di vento. Poi l’auto subì una brusca frenata, parve sollevarsi, tutto sballottolò e lui colpì con la fronte il volante. Portò le braccia a coprire la testa e chiuse gli occhi: “Cac…” Tutto girò ululando, sopra, sotto, qua e là: “...caaaaaaaaaaa!” gridò finché tutto divenne nero.

Una mezz’ora dopo Massimo era seduto su una sedia bianca, in una stanza bianca davanti a una scrivania bianca. La luce veniva da ovunque e si perdeva ovunque. Davanti a lui, su un’altra sedia bianca dietro la scrivania bianca, un essere col torso e le braccia sottili, in una tuta blu aderente, con la pelle grigio-verde. La testa a triangolo, la punta in giù con una bocca piccolissima, la base in su con due occhi enormi e neri. Per naso due fessure. Le due mani con tre dita appoggiate una all'altra per i polpastrelli.
Massimo lo fissava: “Quindi qui,” indicò col dito a sinistra, poi avanti e a destra: “siamo su una nave spaziale.”
“Giusto.” aveva un accento inglese.
Massimo batté gli occhi. “Voi siete alieni. Ci sono altre forme di vita nella galassia. Avete la faccia lunga, occhioni, pelle verde. Tutto quanto.”
“Precisamente.”
“Ottimo. Avete le astronavi, ci venite a trovare. E mi avete, come si dice, rapito.”
L’essere emise un sospiro: “Se vuole chiamarlo così. Però tenga conto che a breve la libereremo.”
“Corretto. Preferisci prelevato?”
“Per esempio.”
Massimo guardò il petto dell’essere, grosso come una sua coscia. Non notò movimenti respiratori, anche se pulsanti da destra a sinistra. “Mi scusi, le ho dato del tu.”
“Non si preoccupi.”
“Per cui, niente, voi prelevate la gente, con baccano e frastuono e luci e vento, e le portate qui.”
“Esatto anche questo.”
“Mi sono preso un bello spavento.”
“Siamo avanzati, ma questo è più piano che riusciamo. Anzi le chiedo scusa per quello.” indicò con un dito alla E.T. la fronte di Massimo, su cui c’era un lieve ematoma.
Lui si sfiorò: “Non è niente, grazie.”
L’essere tornò a mettere le mani sul tavolo, una contro l’altra per i polpastrelli.
Massimo lo guardò ancora. “Quindi dicevamo, voi ci prelevate, e ci studiate.” Deglutì. “Toccherà anche a me.”
L’alieno divise le mani e appoggiò gli avambracci sul tavolo: “Vero, ma non si inquieti, su di lei abbiamo già agito.”
“Oh.”
“Certo. Vi studiamo da addormentati, come ovvio.”
“Come ovvio.”
L’alieno sembrò fissarlo anche più di quanto non lo facessero già quegli occhioni privi di pupilla, poi: “Si tratta di alcune scansioni con fasci di energie a voi sconosciute, che poi interpoliamo per ottenere una rappresentazione totale.” Attese, poi: “Totalmente innocua e indolore. Siamo avanzati.”
“Giusto, avanzati.” Massimo sospirò. “Ma perché non vi siete mai rivelati?”
L’alieno tornò a mettere le mani a polpastrelli giunti. “Lei quale esito pensa potrebbe ottenere questa rivelazione sul vostro popolo?”
“Beh…” Massimo ponderò qualche secondo. “Immagino facciate bene. Per cui niente, mi avete preso, studiato e adesso posso andare.”
“Giusto.”
Massimo guardò l’essere.
Quello allargò le mani: “Non le pare logico? Normale?”
“Sì. Ma così saprò tutto, chi siete, cosa succede.”
“Certo.”
Massimo guardò un momento in giro. “Non mi cancellate la memoria, o qualcosa del genere?”
“No.”
“Perché?”
“Non ne siamo capaci.”
“Oh.” Massimo guardò un momento in giro: “Bene. Allora posso andare.”
L’alieno annuì. “Certo.”
Massimo batté gli occhi. “Ma perché questa chiacchierata?”
“Siamo esseri civili. Ci pare corretto dare almeno una spiegazione.”
“Capisco. E di questo vi ringrazio.”
“Non c’è di che.”
Massimo sorrise, poi: “Ma l’accento inglese? Parlate la mia lingua.”
“Sono uno studioso della vostra civiltà. Ho imparato molte vostre usanze e alcune vostre lingue, quella inglese per prima. Ho rimasto l’accento.”
“Sempre più logico.”
“Logico.”
Massimo sospirò poi si girò per alzarsi, ma si bloccò: “Da quanto ci studiate?”
“Tremila anni.”
“Però! E non avete ancora scoperto tutto?”
“Certo. Ma vi monitoriamo. Come voi seguite le popolazioni di animali sul vostro pianeta.”
Massimo tornò a fare il gesto di alzarsi ma di nuovo: “Avrei un bel po’ di domande da farle.”
L’essere tornò a separare la mani: “Io parecchie cose da fare.”
Massimo rimase colpito un secondo, poi: “Ma certo. Capisco. Allora niente, mi avete preso, studiato, adesso vado. Tutto qui. Logico. Semplice.” Si alzò, guardò la parete dietro.
L’alieno portò una mano sotto il livello del piano. Nel muro un pannello scorse di lato rivelando un corridoio. “Proceda avanti, troverà l’auto. Salga e apriremo il portello. Addio.”
Si girò indietro e abbozzò un sorriso: “Bene. Allora niente.” Alzò la mano in un cenno di saluto: “Ci… ci vediamo in giro.” Gli parve di notare un sorriso in quella bocca minuscola. Si incamminò.
Da vicino nessuno è nOrMaLe
La vita è una corsa, e io sto cercando una panchina
Una risata vi seppellirà

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Re: Say hey to abduction!

19/09/2017, 16:45

!!!
La vita non consiste soprattutto - e nemmeno in gran parte - in fatti e avvenimenti.
Consiste soprattutto nella tempesta di pensieri che infuria senza posa nella nostra mente.
(Mark Twain)

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