Hermann Morr
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Derby

08/05/2018, 11:38

Una mattina, col bicchiere di tè caldo in mano, guardavo il piazzale dalla finestra del secondo piano, nella luce grigia del cielo autunnale.
La vicina stava passando di sotto col suo cane. E' noto che cani e padroni si assomigliano, mista di labrador e maremmano la cagna bianca si muoveva con una eleganza che non era delicatezza, ma potenza contenuta, pronta in qualunque attimo a mutarsi in corsa o attacco. Alla stessa maniera il fisico robusto della padrona era sorretto dal passo sicuro di gambe lunghe, il culone a mongolfiera e la tinta brillante dei capelli non si lasciavano sminuire dalla distanza, le spalle ampie con tutta evidenza non potevano accontentarsi di un ominicchio minuto, ma richiedevano un maschio all'altezza di tutta quella salute infaticabile.

Io conoscendola ammiravo quel contrasto tra la modestia senza pretese della sua vita reale e quella sfida al mondo che il suo linguaggio corporeo esprimeva, penso a sua stessa insaputa.
Ammiravo e desideravo, ma era un desiderio astratto che rifiutava di tramutarsi in azione e si perdeva invece in considerazioni sul vuoto dell'esistenza.
Era chiaro, chiarissimo, che si doveva fare qualcosa quel giorno per dare un maggiore senso alla vita.
Decisi allora che quella sera sarei andato in cerca di un bar dove potessero prepararmi il Derby.. il cocktail intendo.. non il succo di frutta.

Così, esaurite tutte le attività del giorno, dopo cena uscii nel buio con spolverino e coppola di lana, per mettere in atto il mio proposito.

Si comincia a desiderare da quel che si ha vicino, così la mia prima fermata era nel piazzale stesso, il Piano A, dove l'Americano ancora si chiama Milano-Torino e viene servito con la scorza di arancia candita.
Di certo non avevano mancanza di Gin, ma non c'era il Bitter alla pesca, indispensabile per il Derby.
Visto che la serata era appena all'inizio e dovevo conservarmi, presi solo un analcolico, per poi proseguire tra i borghi, superare la muraglia umana davanti a Fontana, ed entrare nella movida di Via Farini.
Di fianco a Fontana il Gavanasa vive di tavolini all'aperto, mentre l'interno è solitamente vuoto, popolato soltanto di locandine di film passati. Sicchè il bancone del bar era tutto per me quando chiesi il Derby, la barista è una brava miscelatrice, ma sembra che Parma proprio non conosca il bitter alla pesca. Tutto quel che potè prepararmi fu un Mint Julep, che non dava un motivo a quella serata.

Allora mi lasciai portare dalla corrente della movida, un accenno di foschia rifrangeva le luci della strada spezzando le sagome delle persone attorno a me, tanto che sembrava di camminare in un mosaico.
Da via Farini venni spinto oltre la Piazza lungo via Cavour, fino ad arenarmi nelle secche sotto al Battistero, davanti all'entrata del T-Cafè.
Fissavo i cinque gradini che separano il Caffè dal Battistero e mi chiedevo se potessi trovare quel che desideravo.
Ma è un posto più da Negroni, più portato alle bicchierate in compagnia che ai bevitori solitari spuntati dalla nebbia, così tornai sui miei passi.

Suonavano le ore ventuno, quando aprono gli specialisti del ramo, e io camminavo sotto i portici di via Mazzini, tanto vivi di giorno quanto silenziosi di notte.
Girando a sinistra all'altezza del chiosco dei dolci, passai tra le moli dell'università e della Trattoria Corrieri per arrivare al J Roger, nascosto, anonimo, fornitissimo, un'intera sezione della loro carta dedicata solo ai cocktails a base di Gin, ma anche li niente Derby.

" Quello è un cocktail inglese " - diceva il barista nel servirmi un Old Fashioned - " Questo invece è uno Speakeasy Bar ispirato all'America del proibizionismo, serviamo miscele di quell'epoca e musica Swing.
Dovrebbe provare al Nottingham. "

E io già lo sapevo, lo sentivo, immaginavo che soltanto li potesse finire la mia ricerca: il Gazebo di Nottingham, dove lo spazio è poco, ma chi trova da sedere vedrà accolta ogni sua richiesta.
Uscendo dal J Roger, la scala che sale all'argine del torrente, dove si trova il Gazebo, è subito sulla sinistra, sono pochi passi. E allora perchè invece prendevo la direzione opposta e mi rituffavo nei borghi vuoti ? Non potevo rassegnarmi all'evidenza della conclusione inevitabile ? Non mi risolvevo ad accettare che potesse esistere una sola soluzione, e che anche io dovessi prendere la strada che tutti avrebbero preso.

Con questi pensieri capitai all'incrocio tra il borgo delle Orsoline e via del Carmine, sono due strade dai caratteri molto diversi, quella delle Orsoline è una strada antica fatta di sassi tondi piantati nel terreno, con l'erbetta che ci cresce attorno, passa tra due palazzoni silenziosi dalle finestre alte con le grate di ferro, muri continui senza marciapiedi e senza porte. Dimenticata dal tempo, ma non dagli automobilisti che rischiano le sospensioni pur di parcheggiare.
La via del Carmine invece sembra una strada abbandonata delle periferie, che sia capitata per caso nel centro. Tra palazzi di cemento, con l'asfalto e i marciapiedi consumati che dimostrano più anni di quanti ne abbiano realmente, forma uno stretto gomito come le strade private che non portano da nessuna parte.
Eppure chi si addentrasse oltre la curva si troverà davanti alla facciata della chiesa del Carmine, con le sue tre porte sormontate da rosoni essenziali e incorniciate in cuspidi gotiche, inquadrata nella prospettiva del vicolo che si allarga in una piazzetta.. Spoglia, priva di qualunque decorazione, traeva la sua bellezza dalle sue stesse proporzioni, e mi resi conto che stava già in quella vista tutto il senso della giornata e il suo motivo di esistere.

Potevo anche chiudere li, andare a prendere il mio drink al Gazebo, e poi a casa. Ma c'era una novità: la chiesa ha un corpo laterale rivolto verso Piazzale Boito, arretrato rispetto alla facciata. Era sempre stato in pratica una scatola di mattoni senza aperture, tranne due finestre nello stesso stile gotico, ma quella sera c'era anche una porta, l'entrata di un bar.
La chiesa è da tempo sconsacrata e utilizzata come auditorium, non era neanche impossibile che qualcuno avesse voluto installare un bar in una delle cappelle, non mi era mai arrivata la notizia, ma la porta era li, non potei fare a meno di avvicinarmi ed entrare.

Dentro era come un corridoio, buio, odore di vecchio come se tutto fosse stato li da anni. A sinistra muro di mattoni, nessuna traccia delle due finestre che dovevano esserci, locandine anni cinquanta che sembravano uscite da un episodio di Fallout. Dritto davanti: una porticina che poteva essere quella del bagno. A destra il bancone di legno, lungo come tutto il bar, con gli sgabelli girevoli tutti consumati, sovrastato da una mensola sospesa piena di bottiglie, due faretti attaccati sotto facevano del loro meglio per illuminare tutto.
Un solo avventore beveva seduto in silenzio, vecchio, piuttosto alto, il volto ricordava Anthony Quinn, ma segnato da quella che poteva essere stata una intera vita da barfly.
Il barista pelato strofinava qualcosa col suo grembiule, nessuno dei due commentò la mia entrata, io, altrettanto di poche parole, lasciai uno sgabello vuoto tra me e l'altro cliente, e mi limitai a una breve domanda.

" Lo fate il Derby ? "

Il barista, sempre senza una minima parola, si mise subito all'opera: riempì di ghiaccio una bacinella di vetro, versò il Gin, alle spalle aveva un'altra mensolina a muro con numerosi bitter, tra cui il raro Pechaud, ma lui con sicurezza scelse quello alla pesca e lo versò a gocce, con cura da farmacista.
Passò poi alla coppetta da cocktail, pulì attentamente lo stelo con una buccetta di mandarino, pose all'interno due foglie di menta, con la precisione di un tornitore tagliò una fettina di mela rossa per guarnire l'orlo, infine versò il cocktail filtrando il ghiaccio. Non contento di tutto questo poi tirò da sotto il banco uno smorrebrod di segale, ma morbido come quelli fatti in Danimarca, non quella roba dura che vendono qua, e vi pose sopra una fetta di salmone arrotolata attorno a un ricciolo di burro all'aneto. Infine mi pose davanti coppetta e stuzzichino in un solo minuscolo vassoio di porcellana, pronunciando finalmente una frase.

" Ecco qua. "

La voce era più baritonale di quanto mi aspettassi, ma che importava, il profumo di quella coppetta mi aveva già preso, il ginepro era più intenso che mai, eppure lasciava il giusto spazio alla pesca, l'aneto dello smorrebrod riprendeva come un ritornello il retrogusto lasciato dalla menta, la bellezza che nasce dalle proporzioni ancora una volta.
Era come bere musica liquida, e terminato il concerto non volevo sentire altro.

" Quant'è ? "

" Non voglio soldi, lei ha già pagato, anche se ancora non lo sa . "

" L'anima ? "

" No, quello è mio cugino, possiede intere catene di bar. Io invece ho solo questo e lavoro solo per la perfezione, non per avere cose in cambio. Vada, saprà per certo quale fosse il mio prezzo quando verrà il momento. "

Così tornai a casa, e nelle sere seguenti non mi fu più possibile trovare quel bar, tanto che cominciavo a pensare di aver sognato tutto. Ma il costo era reale, me ne resi conto meno di una settimana dopo, seduto davanti al banco del Gazebo. Avevano un Gin svedese che non conoscevo, chiesi di provarlo, bicchiere da degustazione, ghiaccio, tutto come si deve.
Ma sapeva di nulla.
Preso da un presentimento misi mano al portafoglio, ordinai i Gin più forti, i Bombay più speziati, nulla, non sentivo nulla, neppure quello stordimento che dovrebbe venire dall'alcool buttato giù di fretta.
Dopo la perfezione non si torna indietro.

Era questo il prezzo da pagare. Alla fine poteva andarmi peggio, ci sono tanti altri sapori al mondo, altri cocktails per riempire le serate.
Ma non il Derby, non più il Derby. Perchè il Gin per me, adesso, è soltanto acqua.

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Re: Derby

08/05/2018, 13:53

L'ho letto molto velocemente. Ho puntato innanzitutto l'attenzione su aspetti grafici da rivedere (p.es. la gestione delle virgolette di dialogo, i puntini di sospensione, la punteggiatura) e su certe frasi poco chiare (vedi seconda riga).

Il racconto è simpatico e dimostra una gran conoscenza dei cocktail! Sei un barman o un semplice appassionato?

Domanda: la "fettina di mela rossa per guarnire l'orlo" è una fetta tagliata normalmente (cioè con il coltello che viene spinto due volte verso l'asse centrale della mela isolandone un settore), giusto?


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Re: Derby

08/05/2018, 14:04

Immagine

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Re: Derby

08/05/2018, 14:06

Perfetto. Quella fetta non potrà mai essere ottenuta da un tornitore, che lavora su un oggetto che ruota...

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Re: Derby

08/05/2018, 14:06

E' vero che quando scrivo non so più neppure cosa siano le punteggiature.

Per il resto dovremmo chiederci su un numero ipotetico di lettori, quanti in media avranno visto un tornitore all'opera e quanti solo l'oggetto finito.

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Re: Derby

08/05/2018, 14:25

Dipende... Proviamo a chiederci quanti lettori reali (lettori di case editrici, giurie di concorso, editor e via dicendo) potrebbero saperlo. I lettori di cui sopra magari non hanno mai visto un tornio, ma conoscono molte parole di italiano, e potrebbero avere una lontana idea di cosa significhi quella parola. L'idea forse è lontana, ma il cestino è sempre molto vicino.

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Re: Derby

17/05/2018, 16:31

Racconto simpatico, particolare, una ricerca del cocktail perfetto, con finale fantastico. Toh.
Sul tornire, giusto segnalare il punto, ma io lo sdoganerei: credo nel linguaggio odierno la parola abbia assunto anche un significato metaforico. Magari il significato è più sul risultato che non sull'abilità dell'artigiano, ecco...
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Re: Derby

18/05/2018, 6:20

Mah... io non sono convinto. Ho trovato il racconto simpatico, ma quell'immagine mi suona stonata come un cellulare che si mette a squillare in sala mentre l'orchestra suona Mozart in pianissimo (mi è capitato di sentire qualcosa del genere). Sono troppo sensibile io?

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