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Racconti di note 04 - MasMas

02/03/2014, 15:53

Salve a tutti. Qualche giorno fa stavo ascoltando "Where the streets have no name" degli U2 e mi è venuto in mente di scriverci qualcosa. Poi a dire il vero non so cosa mi è venuto fuori.
Allora ho pensato di rispolverare questo giochino, visto che ci sono facce nuove che magari vogliono giocare.
Allora, se vi va, provate a scrivere una canzone ispirata a questo pezzo (ispirata un po' come vi pare).
Poi tra I partecipanti potremmo eleggere il migliore che proprorrà un'altra canzone, e così via.
Da vicino nessuno è nOrMaLe
La vita è una corsa, e io sto cercando una panchina
Una risata vi seppellirà

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Re: Racconti di note 04 - MasMas

02/03/2014, 15:55

Entrai in casa e appesi il cappotto. Guardai il muro bianco sporco, l'attaccapanni di legno grigio scuro e il cappotto grigio topo.
Mi guardai intorno: un tempo la tavola era stata color noce, ma ora appariva grigia anche lei. Il lampadario era stato di vetro striato di arancio. Negli anni, tutto si era coperto di uno strato di cenere. Le cose, le persone; il mondo, la società. O erano forse i miei occhi, o la mia anima.
Chissà. A ottant'anni ormai tutto era grigio. Quel giorno anche di più che negli ultimi tempi. Un brutto segno, forse.
Solo una cosa era rimasta colorata. Andai fino all'armadio e presi la scatola di latta dei colori della scuola. L'aprii. Dentro i pastelli a cera brillarono nel grigiume intorno come pietre preziose.
Disegnare era stato il passatempo preferito mio e di mia madre. Solo che ormai, I pastelli erano ridotti a un mozzicone. Le mie mani nodose non avrebbero potuto tracciare più neanche un segno.
Da tempo mi limitavo a guardarli, ma quel giorno avevo bisogno di altro: dovevo disegnare. Poi l'avrei appeso, il mio quadro. Avrei fatto tanti quadri, che avrei erto contro il grigio del mondo.
Quel giorno, sentivo che non mi rimaneva molto tempo. Dovevo agire.
Così uscii nella città grigia, che negli anni si era espansa fino a rendere sempre più lontano ogni sprazzo di colore, ogni parco, ogni fiore; fino a coprire l'azzurro del cielo con uno strato di smog.
Non sapevo dove potesse essere un negozio di colori, non ne ricordavo più nel raggio sempre più ristretto delle mie passeggiate. Tutti chiusi, in favore di ferramente, meccanici, elettrodomestici. Ma avrei camminato finché non ne avessi trovato uno. Non avrei finito la mia vita in mezzo al grigiore.
Mi incamminai lungo viale Romani, dove abitavo, ma come previsto solo cemento, asfalto e metallo. Chiesi a una signora che incrociai: "provi a destra su via Storti, poi oltre lungo viale Courie".
Procedetti ma di negozi di colori niente. Un signore distinto suggerì: "Segua viale Courie, poi oltre lungo via Boch. In fondo passate per vicolo Heinlein e provate in quel quartiere."
Seguii via Boch fino in fondo ma non trovai alcun vicolo. Tornai indietro dove avevo notato un vicolo. Il nome non era quello, il cartello riportava "Malher", ma lo presi comunque.
Il quartiere era uno che non conoscevo, così girai per qualche via. Tutte sconosciute, solitarie e grigie.
Di colori nessuna traccia.
Mi fermai. La luce cominciava a scendere sulle case, le gambe e la schiena mi dolevano. A dire il vero anche il petto cominciò a dolermi, all'interno.
Così provai a tornare indietro. Controllai i nomi delle vie: Grochner, Hildebrand, Shi-rio-hotan. Mai sentiti. Cercai ancora: Ekther, Xi-yang-pi, Skoth-kriss. Cominciai a temere.
Tutti i nomi erano folli: Sashanotrill, Xiliquerel. Poi un cartello mi colpì come un pugno: alcune lettere erano incomprensibili. Sgranai gli occhi ma era così.
Girai altre strade e i cartelli erano sempre più geroglifici.
Intanto i negozi avevano chiuso, la luce stava calando e si accesero i lampioni, passanti non ce n'erano. Provai a suonare qualche campanello: nessuno rispose.
Cominciai ad avere freddo. Mi guardai le mani: tremavano. Dovevo essere in un incubo. Mi sedetti sul ciglio della strada per tentare di calmarmi. Il respiro però era sempre più affannoso, sentivo un macigno dentro che mi opprimeva.
Pensai di abbandonarmi lì.
Poi mi scossi. Non mi sarei fatto battere da quella città grigia che mi voleva intrappolare tra le sue strade dai nomi folli: non poteva essere una città infinita. Ricordai una favola della mamma che parlava di una città piena di colore, dove le strade non avevano nome.
Forse quelle strade dai nomi folli… Mi alzai, anche se quasi senza respiro. Arrancai appoggiato al muro fino all'incrocio poco dopo.
La strada su cui ero aveva nel nome molti segni strani, e giusto qualche x, y, z e w. Ma quella che di lì partiva aveva il cartello totalmente bianco.
Mi sforzai, a procedere, ma lo sguardo si annebbiava. Caddi in ginocchio ma procedetti lo stesso.
Mentre facevo un metro dietro l'altro, mi accorsi che la strada su cui ero era diversa: il primo portone che incrociai aveva un batacchio color ottone, non di metallo nero. E la porta era verde scuro. Le finestre sopra avevano dentro tendine azzurre. E lo zerbino, era marrone con disegnati fiori rossi.
Le energie mi tornarono, così avanzai ancora. Il portone dopo era rosso e dalle finestre scendevano cascate di fiori violla, rossi e gialli. Gli intonaci erano azzurri, gialli e rosso mattone.
Spalancai la bocca guardando in su: anche il cielo diventava azzurro.
Poi sentii una voce: "Dov'eri andato? Così mi fai stare in pensiero!"
Guardai avanti. Una donna bionda, vestita con un vestito a fiori. Era… la mamma!
Ero ancora basso, ma non mi sentivo più in ginocchio, potevo muovermi senza problemi. La fatica mi abbandonò, anzi un'energia sconosciuta mi pervase. Corsi verso di lei. I ricordi di ciò che ero svanivano mentre nuovi ricordi prendevano il loro posto. La passeggiata in città con la mamma, la mia vita di bambino con lei. La strada colorata che portava fuori città, dove vivevamo in una villetta con giardino e tanti fiori; dove le strade non hanno nome.
Da vicino nessuno è nOrMaLe
La vita è una corsa, e io sto cercando una panchina
Una risata vi seppellirà

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