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In questo piccolo mondo

07/09/2017, 12:07

IN QUESTO PICCOLO MONDO
di Philip K. Dick
Fanucci Editore

Philip K. Dick non lo vide mai pubblicato. Lo scrisse intorno al 1957, ma non prese il volo. Uscì nel 1985, dopo la sua morte. Come tante opere mainstream che egli compose, anche questa fu destinata a rimanere nell’ombra.
Ormai tutti siamo d’accordo: Dick è grande per i suoi romanzi di fantascienza. Fatta eccezione, forse, per quel gioiello che conclude la trilogia di Valis: “La trasmigrazione di Timothy Archer”.
L’eroe del romanzo, per così dire, è Roger, tipico esponente del ceto medio americano. Dopo un matrimonio fallimentare, ha sposato Virginia e da lei ha avuto un figlio: Gregg.
La narrazione comincia con l’episodio dell’iscrizione del ragazzino alla nuova scuola. Ve lo conduce Virginia, in auto, attraverso una stressante strada di montagna. L’istituto è una specie di collegio dove si insegna anche come armonizzarsi con la natura. La scelta viene fatta senza il parere di Roger, che poi finisce con il dimostrarsi d’accordo. Infatti, cambia subito idea, influenzato dal luogo e soprattutto dalla gente che lo frequenta.
Nasce così l’amicizia con i Bonner, Chic e Liz, che hanno due figli.
Siamo nella California del dopoguerra. Il ricordo del catastrofico conflitto è ancora vivido. Tuttavia la gente vive ormai nella prospettiva di una fulgida crescita socio-economica. La famiglia di Roger campa con un negozio di televisori e apparecchi radio, mentre i Bonner tengono un panificio che dà buoni profitti.
L’amicizia delle due famiglie viene arricchita dall’idea di fondere le risorse imprenditoriali dei due soggetti, così da mettere su un negozio di elettrodomestici in grande stile, decisamente al passo con i tempi. Ma la madre di Virginia pone il bastone tra le ruote, sempre dubbiosa delle qualità lavorative del genero. Lei, che tiene la parte della figlia, ha il suo progetto.
Ma a questo elemento destabilizzante se ne aggiunge un altro, di carattere sentimentale. Complice la scuola che ospita i tre ragazzini, nasce un’attrazione tra Roger e Liz Bonner. E così inizia il gioco delle coppie, tanto caro al nostro autore californiano.
Decisamente Roger è al centro della vicenda. In lui c’è qualcosa di Philip Dick, se non altro per quell’ansia affettiva che lo fa vivere sempre in pena, alla ricerca del vero amore che possa dare il giusto senso alla sua esistenza. Ma la sua è un’apprensione patologica, che gli deriva dall’insicurezza e da una notevole dose di angoscia esistenziale latente. Egli rappresenta perfettamente l’America degli anni Cinquanta, tra miti consumistici e ricerca della felicità.
Il romanzo ha come sfondo la vita quotidiana, occupata nella ricerca del benessere e della realizzazione individuale. Ricerca che, comunque, sta da sempre al centro delle aspirazioni d’oltreoceano.
La narrazione usa un linguaggio volutamente semplice e quasi piatto, procede con balzi temporali non sempre strutturalmente sicuri, ma di notevole impatto. Il balletto dei personaggi è ben delineato, con il solito efficace scavo psicologico.
Secondo me, Philip Dick non ha scritto un capolavoro, ma un’opera che sicuramente ci aiuta a capire la sua drammatica evoluzione poetica ed esistenziale.

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Re: In questo piccolo mondo

07/09/2017, 13:47

Bella recensione, grazie.
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Una risata vi seppellirà

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