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Il cerchio del robot

02/10/2016, 11:52

IL CERCHIO DEL ROBOT
di Philip K. Dick
Fanucci Editore

Di Philip K. Dick ho letto quasi tutto. Tra le pochissime opere che mi mancano c’era questo romanzo che l’autore non vide mai pubblicato. Uscì solo nel 1988 per i tipi della Arbor House/William Morrow di New York.
Non è un romanzo di fantascienza, anche se il titolo lo fa pensare. Appartiene invece alla produzione considerata mainstream, su cui Dick puntava molto, ma che invece risultò di gran lunga inferiore al suo repertorio fantastico.
Siamo a San Francisco, alla metà degli anni ’50. Jim Briskin, appassionato ed esperto di musica classica, lavora come speaker radiofonico; è divorziato dalla collega Patricia (Pat), ma sotto sotto ne è sempre innamorato e fa di tutto per riavvicinarsi a lei, magari risposarla. Un bel giorno, mentre è in onda, esprime un giudizio negativo su uno spot di automobili che è costretto a trasmettere. Così rischia di perdere il posto, ma viene solo sospeso per un mese. Questo è l’episodio che dà il via alla narrazione.
Jim e Pat stanno raggiungendo la trentina. Occorre precisarlo perché, grazie all’avvenimento di cui sopra, iniziano un rapporto d’amicizia con una coppia molto più giovane: un ragazzo e una ragazza (Art e Rachael), non ancora maggiorenni ma già sposati. Lei aspetta un bambino. I destini dei quattro si intrecciano: Pat seduce Art, mentre Rachael si innamora di Jim, il suo idolo della radio, e cerca in lui un uomo che la possa guidare e diventi padre della nuova creatura in arrivo.
La doppia vicenda non può avere sbocco. Lo si avverte fin dall’inizio. Tuttavia procede con le sue svolte, ora drammatiche, ora paradossali, che tengono il lettore in quella sospensione che costituisce poi tutto il suo piacere. Dire che le due storie d’amore non hanno sbocco, non significa però anticipare il finale del romanzo. Bisogna leggerlo fino all’ultima riga per rendersi conto della sua vera conclusione.
Ma c’è dell’altro. Art fa parte di un gruppo di giovani appassionati di fantascienza, i quali alternano il loro tempo libero tra la cura di una rivista da loro fondata, “Fantasmagoria”, e l’idea di sovvertire il sistema con una vera e propria rivoluzione. Sogno adolescenziale, quest’ultimo, che l’autore usa come grimaldello per aprire il contenitore sociale entro cui si svolge l’insieme della vicenda. Così, la storia dei tre ragazzi sovversivi si intreccia con la duplice storia amorosa; e tutto quanto offre, alla fine, uno spaccato di quell’America del dopoguerra, della sua borghesia tanto affaccendata quanto inautentica, con la fissa del progresso, attanagliata dalla paura insidiosa e sottile di una catastrofe imminente.
I personaggi del romanzo sono degli immaturi che si dibattono nelle loro intime contraddizioni. Ma hanno alla base una buona dose di quell’ottimismo giovanilistico che alla fine li porta a sopportare l’inevitabile sconfitta, a lasciarsi trasportare dal corso di quegli eventi comunitari che non possono essere messi realmente o del tutto in discussione. Sono, in fondo, delle marionette del sistema, senza le quali l’America non è l’America.
La stessa cosa vale per altri personaggi che fanno da contorno. Troviamo Looney Luke, proprietario di un autosalone per macchine usate; Ludwig Grimmelmann (il capo della banda di rivoluzionari) che ha restaurato e modificato un residuato bellico già appartenuto alle SS; poi c’è Thisbe Holt, la prosperosa fanciullona che si fa prendere a calci tutta nuda in una specie di bolla di plastica trasparente… e tanti altri.
È un libro che non consiglierei a chi voglia farsi un’idea del grande Philip Dick. A tale scopo, occorre leggere ben altro, innanzitutto la sua grande produzione fantascientifica che lo ha reso immortale. “Il cerchio del robot” è un’opera più interessante che bella. È pur sempre un tassello di quel grande affresco dickiano fatto di angosce, paure, visioni, fantasmagorie, illusioni, drammi e paradossi che sono usciti da una mente vivace e tormentata… la mente di un grande scrittore.
All’interno del romanzo c’è, comunque, un omaggio alla fantascienza. Ferde Heinke, uno della banda e aspirante scrittore, fa leggere un suo raccontino agli amici. Si tratta di una storiella un po’ ingenua ma non priva di un certo fascino. Con questa, Dick fa una garbata parodia della narrativa prediletta da John Campbell, la cui famosa rivista “Astounding”, attiva in quegli anni ’40 e ’50, fu la culla di maestri della fantascienza come Isaac Asimov, Robert Heilnlein e Alfred Van Vogt.

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Re: Il cerchio del robot

03/10/2016, 19:58

Giuseppe, ti è venuta troncata?
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Una risata vi seppellirà

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Re: Il cerchio del robot

03/10/2016, 21:21

Hai ragione, ma mancano solo due nomi: Robert Heilnlein e Alfred Van Vogt.

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Re: Il cerchio del robot

03/10/2016, 21:28

E adesso non mancano più!

Non sapevo del fatto che Dick puntasse sul mainstream. Curioso.
Da vicino nessuno è nOrMaLe
La vita è una corsa, e io sto cercando una panchina
Una risata vi seppellirà

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Re: Il cerchio del robot

04/10/2016, 11:49

Grazie, Mas , per la correzione. Si vede che nell'evidenziare il testo mi erano rimaste fuori quelle due parole.
Sì, Philip Dick accarezzava il sogno di essere uno scrittore come Steinbeck o Faulkner. Amava la fantascienza, ma pensava che dovesse essere solo un suo mezzo per vivere. Invece divenne un grande proprio grazie ad essa. Ed è la sua grande produzione fantascientifica che l'ha reso famoso, e proprio al di là del genere.

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