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Cadere a terra (in sala torture)

13/03/2017, 22:02

Cadere a terra


Filippo fu l’amore più grande della mia vita, prima di lui avevo avuto solo una storia con Carlo.
Niente di che. Carlo faceva parte della nostra comitiva, ma credo che mi misi con lui solo perché avevo paura di rimanere sola, forse avevo bisogno d’affetto e mi sarebbe andato bene chiunque.
Filippo, invece, è stato quello che ti faceva battere il cuore all’impazzata, il ragazzo con cui non vedevi l’ora di uscire di casa per vederlo. È passato come un tornado, ha buttato giù i muri del mio rifugio emotivo, ha stravolto i miei equilibri, mi ha fatto provare emozioni che mai immaginavo fossero possibili.
Eravamo sempre mano nella mano anche quando passeggiavamo per il corso; i baci e gli abbracci erano delle piacevoli coccole che mi regalava ogni giorno. Filippo è sempre stato un eterno romantico.
Passava con la sua moto sotto casa ed io correvo per le scale a rompicollo, mentre mia madre mi urlava da dietro di stare attenta. A lei non è mai piaciuto Filippo. Sentiva che non era il ragazzo giusto. Nacquero certe discussioni, ma io me ne fregavo e scappavo rifugiandomi nelle braccia di lui.
Era dolcissimo, mi faceva tanti regali e mi prometteva di starmi accanto per sempre.
Per me era un sogno; a quell'età credi al principe azzurro ed io ce l'avevo di fronte.
Eravamo invidiati da tutti. Lui era il più bello del liceo linguistico "Terenzio Mamiani". Alto, moro, occhi verdi; corteggiatissimo. Cosa potevo desiderare di più? Forse avrei voluto che non finisse mai. Invece durò cinque anni; quelli che trascorremmo a scuola.
Ricordo che mi notò tra le altre che lo guardavano adoranti, mentre io, dietro i miei occhiali, a malapena lo seguivo con lo sguardo. Credeva che facessi la sostenuta, in realtà erano mesi che mio padre era stato licenziato e non avevano i soldi per comprarmi delle nuove lenti.
Senza quei grandi occhiali spessi ero abbastanza carina, almeno così mi dicevano i miei amici.
I miei occhi color nocciola erano tutt'uno con il mio incarnato olivastro.
L'unico cruccio erano i miei capelli ricci; così mossi, che mi avevano affibbiato il nome di "Napo, orso capo". Che rabbia! Tutti si burlavano di me per la mia chioma riccia .
"Ehi tu, smettila di prenderla in giro!" disse Filippo adirato.
" Che vuoi tu, centauro? È la mia ragazza e le dico ciò che voglio”. Rispose il mio ex fidanzato.
" D'ora in poi, non più. Se non te ne vai, ti farò rimpiangere tutto ciò che le hai detto, intesi?". Ribattette alla provocazione.
" Me ne vado, tienitela, è troppo zuccherosa per i miei gusti" stuzzicò nuovamente.
" Vattene, moccioso!" Esclamò Filippo.
"Stai bene?". Mi chiese.
"Sì...". Sussurrai ancora frastornata ed emozionata.
Fu la prima volta che mi parlò e che mi difese. Da quel momento fui pazza di lui.
Anzi pazzi l'uno dell'altro.
Così iniziò la nostra storia.
"E poi cos'è successo?". Mi chiese lo psicologo che mi stava ascoltando da un'ora.
" Fu stupendo per cinque anni, già le ho detto. Era premuroso, fin quando non partii per una vacanza-studio con Irene. Al mio ritorno, mi riempì d'insulti perché vide delle foto condivise in Internet in cui io ero col mio gruppo di Erasmus.
Eravamo tutti insieme, abbracciati tra ragazzi e ragazze. La sua gelosia fu inutile e la scoprii sulla mia pelle”. Affermai con fatica.
“Come si sentì dopo che le disse quelle parole?”. Mi domandò il dottore .
“Male, ovviamente. Non lo riconoscevo più”. Risposi.
“Cosa pensa abbia spinto questo cambiamento repentino nei suoi confronti, non le sembrò strano? Che pensò?”. Incalzò con le domande.
“Pensai che si sentiva perso, impaurito di perdermi. Seppi dell’esperienza con la sua ex-ragazza che lo tradiva. Picchiava anche lei, ma lo appresi quando ormai era troppo tardi”.
“Quando fu la prima volta che la picchiò? “.
“Fu poche sere dopo che tornai da Lisbona. Era ancora teso dalla foto di gruppo. Arrivo un messaggino sul mio telefono. Mi stavo preparando in bagno. Mi chiamò dicendomi di sbrigarmi e che aveva sentito il suono di un messaggio ricevuto . Gli chiesi di leggerlo al mio posto pensando che era Irene che ci esortava a scendere per andare alla festa insieme.
Invece era un mio amico di classe che mi diceva di vederci cinque minuti prima della campanella perché mi avrebbe riportato gli appunti”. S’infurio, me ne disse talmente tante che sarebbe impossibile ricordarle tutte”. Fu la prima volta di una lunga serie. Però stavolta, alzò anche le mani su di me”. Mi sfogai.
“Cosa le fece più male? Che reazione ebbe?”.
“Le parole fecero male, tanto. Le botte erano un dolore fisico che poi passarono. I lividi se ne andarono, ma le frasi dette mi hanno martellato nella testa per molto tempo. Rimasi impietrita, non riuscii mai a reagire, a volte ero ferma aspettando che smettesse prima possibile. Ero delusa. Quello era l’uomo della mia vita ed era un mostro. Non potevo essere innamorata di un uomo così “.
“È ancora delusa?”.
“Non lo so. Non me lo sono più chiesta. Smisi di farmi domande dopo che m’allontanai da lui. Per un periodo ci riuscii”.
"Quanto tempo passò prima che lo rivide?". Mi chiese il dottore.
"Lo lasciai subito dopo avermi picchiato. Mi chiamò nei giorni e nelle settimane successive. Per fortuna c'erano le vacanze estive ed io le trascorsi al mare dai miei nonni. Cambiai numero. Mi eclissai da Filippo e da chiunque potesse essere da tramite con lui. A settembre ricominciò la scuola. Lo vidi davanti al cancello che mi aspettava. Aveva un mazzo di fiori.
Si inginocchiò davanti a tutti chiedendomi di perdonarlo . Mi cantò un pezzo della nostra canzone e, presa dall'imbarazzo, lo presi per mano e ci allontanammo. Ero caduta nella sua trappola".
"Quale trappola?". Interruppe il dottore annotando nel suo taccuino.
"Ero caduta nella trappola di chi mente. Un uomo che ti picchia e dice di amarti, mente.
Ero caduta nella trappola dell'autodistruzione. Lo assecondai rinchiudendomi in casa, giustificando i suoi umori e le sue botte sempre più dolorose.
Non parlavo più con nessuno, non avrei potuto anche volendo. Mi avrebbe aggredito di nuovo.
Ero caduta nell'abisso. Fino a quando gli fece male”. Affermai senza più vergogna.
"Le fece male, non gli....". Mi corresse come un professore d'italiano.
"Gli, non le. Lui gli fece male a mio figlio, a nostro figlio che portavo in grembo. Mi spinse contro il muro, mi disse che ero una prostituta e che quel bastardo non lo avrebbe mai riconosciuto. Mi fece cadere a terra e mi diede dei calci dappertutto, anche nella pancia. Quando terminò, si mise ad accendere una sigaretta seduto sul divano come faceva sempre e si mise a guardare la televisione. Istintivamente sentivo che era successo qualcosa a mio figlio, ero una pozza di sangue”. Singhiozzai.
" Va bene così. Mi racconterà tutto la prossima volta". Interruppe il discorso lo psicologo.
" Aveva ucciso il bambino e per me non esisteva più. Presi il martello tra gli attrezzi che stavano nello sgabuzzino e lo colpii.
Ero sola ora. Lui era inesistente, ormai. Gridai e piansi solo in ospedale quando mi dissero che avevo perso il bambino". Terminai sfinita.
Il dottore mi salutò, dicendomi che ci saremmo visti la prossima settimana.
Non mi sentivo più sola dopo aver raccontato tutto. Non provavo più niente tranne un grande amore per mio figlio, anche se non era con me fisicamente.
Mi riportarono in cella, caddi a terra come quel giorno.
Come gli ultimi istanti che sentii battere il cuoricino del mio bambino.
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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Re: Cadere a terra (in sala torture)

15/03/2017, 8:04

Bene, ora che il racconto è disteso sul tavolaccio, da cosa cominciamo? Da qualche problema di grammatica?

Per esempio: qual è il passato remoto di "ribattere"?


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Re: Cadere a terra (in sala torture)

15/03/2017, 8:12

Avevo una doppia opzione:

io ribattetti/ei
tu ribattesti
egli ribattette/é * ho scelto la meno usata.
noi ribattemmo
voi ribatteste
essi ribattettero/erono
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Re: Cadere a terra (in sala torture)

15/03/2017, 8:45

Infatti, è la meno usata, anche se qui viene deprecata:

http://www.treccani.it/enciclopedia/sec ... a-italiana)/

La cosa importante è: hai scelto la versione meno usata per una qualche ragione espressiva consapevole?


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Re: Cadere a terra (in sala torture)

15/03/2017, 8:51

Ho scelto la meno usata e sono andata a cercarmela di proposito. Un po' per fortuna ho visto che potevo metterla e l'ho inserita dopo aver visto la coniugazione. Non sempre c'è l'abitudine di costatare la coniugazione di un verbo, avendo il dubbio, ho indagato prima di inserirlo. Ho scelto volontariamente la forma meno utilizzata, per ... dare un tocco particolare. Non essendo sbagliato, mi piace quella coniugazione in terza persona.
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Re: Cadere a terra (in sala torture)

15/03/2017, 11:37

Mmm... Personalmente, mi suona male, ma è soggettivo.

Invece, una cosa che non va è due caratteri prima. Scrivi:

" ... voglio". Ribattette alla provocazione.

Così sembra che il ribattere venga dopo questo inciso. Metti spesso, a fine inciso, il punto e la maiuscola sulla successiva descrizione. Non funziona: è spiazzante.

Chi vuole divertirsi a commentare/riscrivere le parti dialogate?


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Re: Cadere a terra (in sala torture)

15/03/2017, 11:47

Quindi dovrebbe essere giusto così, come in questo dialogo:

"Ehi tu, smettila di prenderla in giro!" disse Filippo adirato.
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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Re: Cadere a terra (in sala torture)

15/03/2017, 11:48

Smontate pure.
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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Re: Cadere a terra (in sala torture)

15/03/2017, 11:55

Sì.

Visto che ci sono, una domanda: "adirato" è intenzionale? E' un termine un po' ricercato, mi sembra.

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Re: Cadere a terra (in sala torture)

15/03/2017, 12:04

Bene. Ho capito la questione sul dialogo.
Direi che "adirato" è più ricercato rispetto a un "arrabbiato".
È un bene o un male questa scelta?
Variare con sinonimi non mi pare una cattiva idea.
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

F. Kafka

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