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Taglia e cuci 1

27/01/2017, 9:21

MasMas ha scritto:Mi insinuo nel messaggio di monia per presentare l'idea: proviamo a ridurre un brano famoso? Questo è un po' lungo, magari si può cominciare dai primi paragrafi. Lessi una volta che un editor si aspetta in media che un manoscritto alla pubblicazione sia ridotto del 20, 25%. Io mi lancerei su un terzo. Per cui, proviamo a ridurre la parte fino "nostri progetti" a non più di 3500 battute. E vediamo come viene.



La butto lì... se vi può piacere.
Un libro che non sono mai riuscita a finire, anzi neppure ad iniziare, a dire il vero.
Pare che sia un must, vediamo se lo riconoscete dall'incipit.
E' proprio scritto così, senza a capi. Da delirio.

Parte prima
1.
La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che mia moglie e io ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prenderò la briga di parlare, sennonché ebbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Dean Moriarty ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada.

Prima di allora avevo spesso sognato di andare nel West per vedere il continente, sempre facendo piani vaghi e senza mai partire.
Dean è il tipo perfetto per un viaggio perché nacque letteralmente per la strada, quando i suoi genitori passarono da Salt Lake City, nel 1926, in un vecchio macinino, diretti a Los Angeles. Le prime notizie su di lui mi furono date da Chad King, che mi aveva fatto vedere alcune sue lettere scritte in un riformatorio del New Mexico. M’interessai enormemente a quelle lettere perché chiedevano a Chad in modo così ingenuo e dolce di insegnarli ogni cosa su Nietzsche e tutti i meravigliosi argomenti intellettuali che Chad conosceva. A un certo punto Carlo e io parlammo delle lettere e ci chiedemmo se avremmo mai conosciuto quello strano Dean Moriarty. Tutto ciò accadeva molto tempo fa, quando Dean non era quello che è oggi, ma solo un giovane carcerato avvolto di mistero. Poi arrivò la notizia che Dean era uscito dal riformatorio e stava venendo a New York per la prima volta; si diceva anche che avesse appena sposato una ragazza di nome Marylou.
Un giorno stavo bighellonando per la Città Universitaria e Chad e Tim Gray mi dissero che Dean abitava in un appartamento senza acqua calda corrente nell’East Harlem, la Harlem spagnola. Dean era arrivato a New York la notte precedente per la prima volta, con Marylou, la sua bella e vivace pollastrella; erano scesi dall’autobus della Greyhound nella 50ma Strada, e avevano girato l’angolo in cerca di un posto per mangiare ed erano entrati difilato da Hector, e da allora in poi la rosticceria di Hector era sempre stata per Dean un grande simbolo di New York. Avevano speso parecchi soldi in grossi bellissimi dolci con la ghiaccia e in bombe alla crema. Tutto questo tempo Dean andava dicendo a Marylou cose del genere: "Dunque, tesoro, eccoci qua a New York e anche se non ti ho detto proprio tutto quello che avevo in mente quando attraversammo il Missouri e specialmente nel momento in cui siamo passati davanti al riformatorio di Booneville che mi ricordava il mio problema carcerario, ora è assolutamente necessario posporre tutte quelle cose sorpassate concernenti i nostri personali affari amorosi e cominciare immediatamente a pensare a specifici progetti di vita lavorativa…" e così via nel modo che gli era solito in quei primi tempi. Andai con i ragazzi all’appartamento senza acqua calda, e Dean si fece sulla porta in mutande. Marylou stava balzando giù dal divano; Dean aveva spedito in cucina l’altro inquilino dell’appartamento, probabilmente a fare il caffè, mentre lui si dedicava ai suoi problemi amorosi, poiché per lui il sesso era l’unica e sola e sacrosanta e importante cosa nella vita, quantunque gli toccasse sudare e imprecare per sbarcare il lunario e tutto il resto. Lo si poteva capire da come si metteva in piedi dondolando la testa, guardando sempre in basso, approvando col capo, come un giovane pugile che ascolti le istruzioni, per farti capire che stava a sentire ogni tua parola, buttando là un migliaio di "Si" e "Va bene". La prima impressione che mi fece Dean fu quella di un giovane Gene Autry – armonioso, snello di fianchi, con gli occhi azzurri, e uno spiccato accento dell’Oklahoma – un eroe con le basette nel nevoso West. Effettivamente, tempo avanti aveva lavorato in un ranch, quello di Ed Wall nel Colorado, prima di sposare Marylou e di venire nell’Est. Marylou era una graziosa biondina con un’infinità di ricci come un mare di chiome dorate; sedeva là sull’orlo del divano con le mani abbandonate in grembo e i fumosi occhi blu da provinciale sbarrati in uno sguardo fisso, per il fatto che si trovava in una squallida catapecchia grigia di New York della quale aveva sentito parlare giù nel West, e aspettava, come un’emaciata longilinea donna surrealista di Modigliani in una camera rispettabile. Però, oltre ad essere una piccola dolce ragazza, era paurosamente stupida e capace di fare orribili cose. Quella notte bevemmo tutti della birra e ci sfidammo al braccio di ferro e chiacchierammo fino all’alba, e al mattino, mentre sedevamo in cerchio fumando in silenzio le cicche raccolte dai portacenere nella luce grigia di una malinconica giornata, Dean si alzò nervosamente, camminò avanti e indietro, cogitabondo, e decise che l’unica cosa da fare era che Marylou preparasse la colazione e scopasse il pavimento. «In altre parole dobbiamo buttarci nella mischia, tesoro, come dicevo, altrimenti ci saranno fluttuazioni e mancanza di vera conoscenza o cristallizzazione dei nostri progetti.»
Allora me ne andai. Durante la settimana seguente egli confidò a Chad King che era assolutamente necessario che lui gl’insegnasse a scrivere; Chad disse che io ero scrittore e che avrebbe dovuto venire da me per dei consigli. Nel frattempo Dean aveva trovato lavoro in un parcheggio, aveva litigato con Marylou nel loro appartamento a Hoboken – Dio sa perché c’erano andati – e lei era talmente arrabbiata e così profondamente invasa dal desiderio di vendetta che aveva riferito alla polizia certe accuse false inventate isteriche e pazze, e Dean aveva dovuto battersela da Hoboken. Così non sapeva dove abitare. Se ne venne dritto a Paterson, nel New Jersey, dove abitavo con mia zia, e una sera, mentre stavo studiando, sentii bussare alla porta, ed era Dean, che s’inchinava, strisciando ossequiosamente i piedi nel buio dell’ingresso, e diceva: «Salve, ti ricordi di me… Dean Moriarty? Sono venuto a chiederti di farmi vedere come si scrive». «E dov’è Marylou?» chiesi, e Dean disse che a quanto pareva aveva messo insieme qualche dollaro prostituendosi ed era tornata a Denver – la sgualdrina! Così uscimmo per bere qualche birra perché non potevamo parlare come volevamo di fronte a mia zia, che sedeva nel soggiorno leggendo il giornale. Essa diede a Dean una sola occhiata e decise che era un pazzo. Nel bar dissi a Dean: «Diavolo, amico, so benissimo che non sei venuto da me solo per il desiderio di diventare scrittore, e dopo tutto, che ne so io in proposito? So solo che devi darci dentro con l’energia di uno dedito alla benzedrina». E lui disse: «Sì, certo, capisco benissimo quel che vuoi dire e infatti mi si sono affacciati tutti questi problemi, ma ciò che voglio è la realizzazione di quei fattori che, se si dovesse dipendere dalla dicotomia di Schopenhauer per qualsiasi intimamente realizzato…» e così via in questa maniera, cosa che io non capivo neanche un poco e che non capiva nemmeno lui. In quei giorni non sapeva proprio di che stesse parlando; voglio dire, era un giovane avanzo di galera tutto preso dalle meravigliose possibilità di diventare un vero intellettuale, e gli piaceva parlare con quel tono e far uso di quelle parole ma in modo confuso, come le aveva sentite da "veri intellettuali" – quantunque, badate bene, in tutte le altre cose non fosse altrettanto ingenuo, e gli ci vollero solo pochi mesi con Carlo Marx per essere completamente addentro con tutti i termini e il gergo dell’ambiente.
Ciò nonostante noi due ci capivamo su altri piani di pazzia, e io acconsentii a farlo stare a casa mia finché non avesse trovato un lavoro e inoltre ci mettemmo d’accordo per andare nel West, una volta o l’altra. Era l’inverno del 1947. Una sera che Dean cenò a casa mia – aveva già ottenuto il lavoro nel parcheggio a New York – si chinò sulla mia spalla mentre stavo battendo rapidamente a macchina e disse: «Andiamo, amico, quelle ragazze si stuferanno di aspettare, sbrigati».
Risposi: «Fermati un minuto solo, sarò con te appena ho finito questo capitolo», ed era uno dei migliori capitoli del libro. Poi mi vestii e via filammo verso New York per incontrare certe ragazze. Mentre viaggiavamo nell’autobus, dentro l’arcano vuoto fosforescente del Lincoln Tunnel, ci sostenevamo l’uno con l’altro agitando le dita e gridavamo e chiacchieravamo eccitati, e io stavo cominciando a montarmi come Dean. Questi era semplicemente un ragazzo tremendamente eccitato di vita, e quantunque fosse un imbroglione, lo era solo perché così intensamente voleva vivere ed entrare in rapporto con persone che altrimenti non gli avrebbero assolutamente dato retta. Mi imbrogliava e io lo sapevo (per il vitto e l’alloggio e il "come imparare a scrivere", ecc.) e lui sapeva che io sapevo (questa è stata la base dei nostri rapporti), ma me ne infischiavo e andavamo ottimamente d’accordo: niente dispetti, niente smancerie; ci giravamo intorno in punta di piedi come nuovi patetici amici. Cominciai ad imparare da lui almeno quanto probabilmente lui imparava da me. Per quel che riguardava il mio lavoro diceva: "Va’ avanti, tutto quel che fai è grande". Stava a guardare sopra la mia spalla mentre scrivevo i miei racconti, urlando: "Si! Così va bene! Uh! Che uomo! " e "Puah! " e si asciugava la faccia col fazzoletto. "Caro mio, uh, ci sono tante di quelle cose da fare, tante di quelle cose da scrivere! Come si fa solo a cominciare a metterle giù tutte e senza modificate restrizioni e tutte costrette come da inibizioni letterarie e terrori grammaticali…" "Proprio così, amico, adesso si che parli bene." E vedevo lampeggiare una specie di sacra luce dalla sua eccitazione e dalle sue visioni, ch’egli descriveva in modo talmente torrenziale che la gente negli autobus si girava per vedere quel "cretino sovreccitato". Nel West aveva passato un terzo del suo tempo in una sala da biliardo, un terzo in carcere, e un terzo nella biblioteca pubblica. L’avevano visto correre di furia lungo le strade, d’inverno, a capo scoperto, portandosi i libri nella sala da biliardo, o arrampicarsi sugli alberi per raggiungere la soffitta di un compagno dove passava giornate intere a leggere o a nascondersi alla polizia. Andammo a New York – non ricordo com’eravamo combinati, due ragazze di colore – ma li non c’era nessuna ragazza; avevano appuntamento con lui in un ristorante, ma non si fecero vedere.
Tutti i libri sono autobiografici nelle emozioni.

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Re: Taglia e cuci

27/01/2017, 12:30

Sono "Sulla strada"... ma non so...
Neppure io. Sto leggendo Melville, ora. Fate finire un libro alla volta.
Comunque qui c'è da tagliare? Giusto?
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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Re: Taglia e cuci

27/01/2017, 12:32

pure io moby dick!! ma dai!
però mio figlio mi fa alternare un po' di quello e un po' di mitologia greca
melville è antiquato ma a tratti molto divertente.
kerouac invece è proprio una palla.
Tutti i libri sono autobiografici nelle emozioni.

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Re: Taglia e cuci

27/01/2017, 12:40

No. Sto leggendo "Billy Budd:", però per mio conto. Moby Dick lo leggerò. Ho una fase che leggo poco alla prole. Sono cotti ed io con loro. Però ci impegneremo. Giurin, giuretta.
Tanto tra un po' a scuola inizierà il progetto lettura e lì non possiamo cadere tra le braccia di Morfeo.
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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Re: Taglia e cuci

27/01/2017, 12:46

Parte prima
1.
La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che mia moglie e io ci separammo. Avevo appena superato una malattia che ebbe a che fare con la mia rottura. Ebbi una sensazione di morte. Con l’arrivo di Dean Moriarty ebbe inizio una fase che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada.

Ho scritto un nuovo romanzo, praticamente.
Gordon Lish mi fa da guida.
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Re: Taglia e cuci

27/01/2017, 12:47

monia74 ha scritto:pure io moby dick!! ma dai!
però mio figlio mi fa alternare un po' di quello e un po' di mitologia greca
melville è antiquato ma a tratti molto divertente.
kerouac invece è proprio una palla.


Se mi dici che una palla, mi passa la voglia. :(
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Re: Taglia e cuci

27/01/2017, 12:50

beh, basta leggere l'incipit per capirlo.
il mio taglio sarebbe così...
ma non è meglio spostarci da qualche parte più sperimentale..?

La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che mia moglie e io ci separammo. Avevo la triste e penosa sensazione che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Dean Moriarty ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada.
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Re: Taglia e cuci

27/01/2017, 12:53

Spostiamoci...fatti più in là.
Sì, meglio.
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Re: Taglia e cuci

27/01/2017, 17:40

Non mi piace il mio taglio. Devo riprenderlo. Anzi forse fare un pezzo più lungo. fiut
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Re: Taglia e cuci

27/01/2017, 17:57

Parte prima
1.
La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che mia moglie e io ci separammo. La nostra rottura causò in me una sensazione che tutto fosse perso; tuttavia superai la mia malattia. Con l'arrivo di Dean Moriarty ci fu una nuova fase che chiamerei la mia vita lungo la strada.

Prima di allora avevo spesso sognato di andare nel West per vedere il continente, anche se erano stati solo fantasticherie; non ero mai partito.
Dean è il tipo perfetto per un viaggio insieme perché era un uomo di strada. Con i suoi genitori passò da Salt Lake City, nel 1926, fino a Los Angeles. Ma ho sue notizie attraverso Chad King, che mi aveva fatto vedere alcune sue lettere scritte in un riformatorio del New Mexico. Quelle lettere erano interessanti perché gli chiedevano di insegnargli su Nietzsche e su altri argomenti intellettuali che Chad conosceva. A un certo punto, Carlo ed io parlammo delle lettere e ci chiedemmo se avremmo mai conosciuto quello strano Dean Moriarty. Tutto ciò accadeva molto tempo fa, quando Dean non era quello che è oggi, ma solo un giovane carcerato avvolto di mistero. Poi sapemmo che Dean era uscito dal riformatorio, stava venendo a New York per la prima volta e che aveva appena sposato una ragazza di nome Marylou.
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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