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Monia74 e Helena J. Rubino - vincitrici del 14° contest: Un bivio, due storie

06/09/2017, 21:47

Monia74 e Helena J. Rubino hanno vinto il 14° contest: Un bivio, due storie con il racconto "Quello che Lola vede". Qui sotto il racconto.

Onore alle vincitrici! o?
Da vicino nessuno è nOrMaLe
La vita è una corsa, e io sto cercando una panchina
Una risata vi seppellirà

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Re: Monia74 e Helena J. Rubino - vincitrici del 14° contest: Un bivio, due storie

28/09/2017, 20:53

QUELLO CHE LOLA VEDE

di Helena J. Rubino e Aina Sensi

PROLOGO

Zoppico verso la ruota panoramica. Non ho sul serio intenzione di salire, è solo per avere una direzione. Saltimbanchi, skaters e turisti mi passano accanto, ignorandomi. Neppure loro mi riconoscono. E come potrebbero, maledizione?
Venice Beach è così colorata, rumorosa, soleggiata; mi chiedo che ci faccio qui.
A Laura sarebbe piaciuto.
Laura, che mi aveva chiesto di trasferirmi in Italia.
Laura, che odiava volare, e che dopo quest’esperienza forse non l’avrebbe fatto mai più.
Sarei stato al mio posto su quel volo? No, mi sarei chinato su di lei e l’avrei baciata, incurante degli altri passeggeri e del bisogno di respirare, finché non fossimo arrivati a destinazione.
Forse non dovrei perdere di vista la mia auto, lì c’è tutto quello che ho. Ma a questo punto che differenza può fare?
Schivo ragazzini con i loro palloncini di zucchero filato, la coscia manda fitte come se un fendente d’avorio vi fosse ancora conficcato.
Avanzo trascinando le gambe, un senso di vuoto dentro; ma è un vuoto dolce, che ha più un sapore di libertà, o forse di malinconia.
Senza una donna. Senza una casa. Senza un lavoro. Il rottame di me stesso. Forse è il sapore di una fine.
Nelle tasche ho gli ultimi venti dollari. Come meritano di essere spesi “gli ultimi venti dollari”?
Il mio occhio buono scorge per l’ennesima volta quelle luci intermittenti: “Lola vede: passato, presente e futuro”.
Scosto la tenda di perline tintinnanti. Dentro al baracchino fa caldo, l’aria è satura di essenze puzzolenti che ricordano le chiese, i funerali. Mi siedo, pronto al peggio.
Lola è una vecchietta grinzosa con un foulard viola sul capo. Sorride mostrando una punta di superbia mentre mischia le carte e le dispone a ventaglio. Me ne fa scegliere alcune, poi legge i tarocchi con quelle rimaste. L’espressione le si fa cupa, alza lo sguardo su di me inchiodandomi allo sgabello.
«Vedo negatività nella tua aura.»
Eh, no. Troppo facile. «Dimmi qualcosa che non so.»
«Vedo l’oblio. La strada segnata dal fato ti condurrà nella nebbia degli ultimi.»
Trattengo un grugnito: oblio. Non ci sono già dentro fino al collo?
«Che altro vedi, vecchia?»
Solleva un sopracciglio, ma non sono ancora sazio di risposte. Mille domande mi sono fatto in questi giorni, ma una in particolare continua a percuotermi le tempie.
«Voglio sapere perché.»
Ricompone il mazzo di carte con le dita nodose, poi si sporge un poco in avanti.
«Tutto ha avuto inizio in un momento preciso.»
«Ah!», sbotto. So benissimo quando tutto ha avuto inizio. Quando hanno stabilito che l’ora ufficiale doveva fottersene di quella segnata astronomicamente dal passaggio del sole per il meridiano locale. Quel maledetto 26 marzo.
Ma se li deve meritare tutti, i miei ultimi venti dollari. È lei che deve dare risposte, non io.
«Come posso aiutarti ancora, figliolo?»
Prendo il portafoglio griffato e lo svuoto sul velluto. I suoi occhi riflettono il bagliore delle candele sulla sabbia, mentre la puzza dell’incenso mi impregna i capelli.
«Voglio sapere come sarebbe andata.»
La cartomante mi scruta nell’occhio buono e poi si sofferma sulla garza da pirata. No, non è per il mio ultimo film.
Si china e da sotto il tavolino trae una sfera. Come quella di Harry Potter, ma dentro non c’è nessuna nuvola che annunci TuSaiChi.
«Fai come me», e appoggia i polpastrelli sulla palla di cristallo a occhi chiusi. Così faccio io.
Poi la sua voce gutturale intona una litania inquietante, una cantilena di parole incomprensibili. La sfera, prima fredda sotto alle dita, ora sembra scottare.
La vecchia tace all’improvviso e io spalanco gli occhi. Nella palla, che riluce di azzurro, vedo me stesso il giorno della partenza.
Accidenti quanta fretta avevo di buttare nel cesso la mia vita!

CAPITOLO 1

«Potrebbe chiedere a Superman di farle fare mezzo giro intorno alla terra, per tornare indietro nel tempo.»
«Non capisco, cosa intende?»
Un sorriso sarcastico esplose sulla bocca sdentata del tassista, e la mano di Matthew già prudeva dal desiderio di fargli ingoiare quel poco che rimaneva attaccato alle gengive.
«L’ora legale è scattata stanotte. Nemmeno con le scarpette rosse di Dorothy arriverebbe in tempo all’aeroporto.»
Matthew scese dall’auto e si riprese il grosso trolley sbattendo il portellone del bagagliaio. Quell’imbecille fissato con il cinema non l’aveva neppure riconosciuto. Certo, se fosse riuscito a prendere quel maledetto volo, nessuno avrebbe più ignorato la sua fama. E invece era molto più probabile che sarebbe stato sostituito da Paul Harris, con grande soddisfazione di quel coglione dell’aiuto regista Thompson.
Harris sembrava al culmine della sua fase ascendente, dopo il successo di quella serie sui lupi mannari. Accidenti, quell’attorino da quattro soldi non era altro che la sua copia esatta: alto, moro, occhi scuri e un fisico da paura. Era solo più giovane; di poco, ma lo era.
“Tra due giorni cominciamo le riprese. Se non ti presenti puoi dire addio al tuo futuro nel cinema”, lo aveva minacciato Thompson.
Maledetto traffico! No, invece era solo colpa sua, per essere stato così idiota da dimenticarsi del cambio dell’ora. Se fosse rimasto nel letto di Laura, sarebbe arrivato in tempo. Lei lo avrebbe svegliato in orario, anche a costo di una crisi di pianto.
“Resta a Bologna. Anche in Italia si fanno film”, gli si attaccava al collo.
“Non posso perdere questa opportunità, baby.”
“Le relazioni a distanza non resistono. Lo sai anche tu, vero?”, scalciava per la frustrazione.
Mentre superava le auto bloccate sulla tangenziale col fiato corto, un nodo gli serrava la gola. Adorava quegli occhi ambrati che in otto settimane aveva imparato ad amare. Quello che doveva essere un periodo di riposo prima del grande salto per il firmamento di Hollywood era diventato un autentico idillio, dopo avere incontrato quella fantastica bionda che l’aveva incatenato al letto… nel vero senso della parola. Laura gli aveva offuscato la mente, rapinato il cuore e insegnato l’arte di amare.
Si sentiva un bastardo per aver dovuto troncare. Ma dopo aver notato la penale nelle clausole del contratto, aveva scelto: lo doveva a se stesso, alla sua integrità come persona. Lo doveva ai suoi fan.
Questo pensava, mentre trascinava il trolley sull’asfalto, tra lo smog e il rumore dei motori delle auto ferme in colonna.

CAPITOLO 2

Se ne stava con i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani, nella Vip Lounge del primo piano. Vedeva i rottami della sua vita sparsi sul pavimento: il film, la fama, le pubblicità, i soldi, l’impronta della mano su Hollywood Boulevard.
Aveva percorso a piedi gli ultimi due chilometri, e non gl’importava essere arrivato accaldato e con le vesciche nelle scarpe di capretto.
Si era tuffato al desk Alitalia saltando la fila, ma la hostess gli aveva indicato il fondo della coda. Aveva urlato a quella cocotte in abito verde e calze rosse la sua frustrazione, la necessità di raggiungere il gate entro sei minuti. Lei lo aveva fissato senza muovere un muscolo, il dito con l’unghia laccata che puntava la fila di persone con trolley e mocciosi al seguito.
Aveva tentato di bloccare il tempo, mentre indietreggiava dietro a una coppia di anziani al loro primo volto, che continuavano a mettere i documenti nel taschino e a tirarli fuori come temendo di perderli.
Tentato di accelerare lo scorrere della coda battendo il tempo sul pavimento in resina.
Tentato di ignorare l’avanzare della lancetta sul suo orologio, quella che scandiva il conto alla rovescia.
Tentato di incalzare quella donna robot che lo sottoponeva alle domande standard, senza curarsi dell’altoparlante che snocciolava le partenze a ritmo serrato.
Tentato di non piangere quando lei, nel suo rossetto rosso, aveva detto: «Mi spiace, questo volo non è più disponibile. È partito da qualche minuto».
«Ce ne sono altri?», aveva chiesto a denti stretti, e la donna aveva mantenuto il sorriso di cortesia, anche se dagli occhi si leggeva un astio immeritato nei suoi confronti.
«Anche con più scali, oggi è tutto esaurito. Magari per domani?»
Domani… “di doman non v’è certezza”, diceva la sua Laura per convincerlo a un’ultima sessione sul materasso. Chissà se “domani” sarebbe già stato rimpiazzato da Paul Harris.
Che accidenti aveva ancora da ridere quella stronza? Si sarebbe bruciato tutto il primo giorno di riprese, e a qual punto non sarebbe servito a niente arrivare. Aveva sbuffato, e infine si era allontanato per fare quella telefonata.
Thompson.
Il suo orecchio violaceo e tutti gli ospiti della sala Vip sentivano ancora riecheggiare la risata di scherno che l’aiuto regista gli aveva lanciato da oltreoceano. E quell’ultima, sintetica, frase.
“Youredone”.
Gliel’aveva detto così, come un’unica parola. Haichiuso.
Era finito, tutti i suoi sogni rimandati a data da destinarsi, al passaggio del prossimo treno per la celebrità, sempre che l’avessero mai fatto salire, a quell’età.
Se non altro, poteva spacciare la sua mancata partenza come una scelta d’amore.

CAPITOLO 3

Laura gli corse incontro appena le porte scorrevoli le permisero di passare. Matthew si alzò con la sua espressione da copertina, e sostenne il suo peso quando gli si gettò al collo.
Ricambiò i suoi baci come poté, anche se quelle labbra sembravano accanirsi su tutto il viso come a divorarlo; gli stava piacendo questa sorta di bentornato, anche se in realtà non era mai partito.
«Grazie di essere venuta a prendermi.»
«Non riesco ancora a crederci: hai scelto noi», civettò lei, e Matthew pensò di aver già sentito la stessa frase in qualche film.
«Quando si trova qualcosa di così speciale, non si può lasciarla andare», rincarò lui. «E ora… andiamo a casa.»
Mentre Laura lo cingeva in vita e gli si spalmava addosso, un senso di fastidio lo prese di nuovo: era davvero un attore nato, per Dio, come poteva non avere ancora un posto sotto quel fottuto riflettore?

CAPITOLO 4

I Giardini Margherita brillavano di un fresco verde primavera. Matthew si asciugò il sudore che gocciolava dalla fronte, e sorrise a Laura, che terminata la corsa mattutina lo stava raggiungendo, Rambo fedele al suo fianco.
«Sei riuscita a seminarlo anche oggi?», chiese ammiccando al pit bull.
«Come no», rispose lei col fiatone, raccogliendo in una nuova coda i capelli sfuggiti all’elastico.
«Sai, stavo pensando di andare a Venezia nel fine settimana. Se devo restare in Italia, voglio esplorare ogni singola perla.»
«Questo fine settimana?»
Laura arricciò le labbra in una deliziosa smorfia infantile. Ne aveva viste talmente tante da poterle replicare sul suo stesso viso.
«Non posso.»
«Cioè?», resistette stavolta.
«Io e Paola andiamo al mare.»
La ragazza riprese a camminare, ma la fermò prendendole un braccio.
«Ti avevo appena lasciata ed eri già pronta per il mare? Potresti insegnare l’arte della consolazione.»
«Risparmiati il sarcasmo, Matt. Cosa dovevo fare, sprecare le mie lacrime per un uomo che aveva preferito la carriera?»
Matthew abbassò lo sguardo su Rambo. Il pit bull aveva annusato la tensione e lo stava ammonendo con un leggero ringhio.
«Beh, alla fine sono rimasto, no? Spero solo che ne sia valsa la pena…»
«Parliamone a pranzo, ti va? Mi faccio una doccia veloce e ci facciamo una piada. Non ho voglia di cucinare.»
«Perché, quello che combini ai fornelli lo chiami cucinare?», storse le labbra in un sorriso ironico.
«Non fare lo stronzo, le mie lasagne sarebbero ottime se tu non fossi fissato col vegano.»
«Attenta baby, ci stanno guardando tutti. Non mi piace quando alzi la voce, e non mi piace dare spettacolo.»
«Non ti piace dare spettacolo? Buona questa!», ribatté, ridendo ancora più rumorosamente.
Matthew strinse i pugni nell’attimo stesso in cui il pit bull gli diede il secondo avviso con un piccolo abbaio.
«Smettila, Laura», la inchiodò con uno sguardo omicida. Erano immobili nel mezzo della strada polverosa, come due cowboy pronti a estrarre la loro Colt.
Finché lei si voltò e prese ad allontanarsi. «Io vado a fare una doccia, Matt. Se ti va, mi trovi al chiosco sotto casa, fra mezz’ora.»
Le corse dietro per scusarsi, ma la sua donna non se ne accorse, perché stava squadrando un tizio che le aveva strizzato l’occhio correndo verso una collinetta.
«Che accidenti vuole, quello?», le disse per indurla a ricomporsi. E invece, con lo sguardo ancora incollato al bel fondoschiena, lei sorrise.
«Ma niente, è solo un amico.»
«Amico in che senso?»
Laura si voltò. Le guance arrossate dalla corsa la rendevano sempre così attraente, ma non stavolta.
«Che genere di amico?», ripeté, lo sguardo tagliente.
«Quel genere che a volte fa jogging con me.»
«E in genere dove correte, voi due giovani amici? Dietro un cespuglio, oppure preferite qualcosa di più comodo?»
La gota sembrò prendergli fuoco quando Laura lo colpì.
«Hai fatto bene a non disfare le valigie. Non voglio più vederti!»
«Ah, adesso sarebbe colpa mia!»
«Vai al diavolo.»
Rambo ringhiò per l’ennesima volta e Matthew non poté resistere dallo sfidarlo fissandolo in quegli occhi neri iniettati di sangue.
«E tu smettila, disgustoso mangiacarogne a tradimento.»
Fu allora che il cane attaccò. Un balzo e lo gettò a terra. Matthew tentò di scalciare via quella massa di muscoli, denti e pelo che incalzava su di lui, ma più si affannava, più la bestia serrava la presa sulla caviglia.
Una pedata sul muso riuscì ad allontanarlo, ma fu una vittoria fugace. Il pit bull scattò di nuovo, per affondare i canini nella coscia. Nonostante le grida e le imprecazioni, Rambo si era aggrappato a lui come a un coniglio succulento. Ringhiava e scuoteva la testa al solo scopo di lacerare di più la sua povera carne.
«Lurida bestia. Te l’ho detto che ce l’ha con me!», imprecava Matthew tamponando quel misto di sangue e bava, dopo che Laura aveva allontanato l’animale tirandolo per il collare.
«Ha bisogno di aiuto signorina? Quest’uomo la importuna?»
Un vigile si era fermato senza degnarsi delle sue ferite, osservando Matthew dall’alto come fosse feccia.
«Imbecille! Non vede che sono stato morso da quel coso… peloso del cazzo?», si contorceva dal dolore, Matthew.
«Sei un bastardo Matt! Come ti permetti?», si fingeva vittima, lei.
«Stia attento, questo è un oltraggio a pubblico ufficiale», lo ammonì l’altro.
«Ma siete tutti impazziti? Sono io, che ho bisogno d’aiuto!»
Prima che potesse terminare la frase, Rambo sfuggì alla presa di Laura, e gli si scagliò di nuovo contro, come a voler terminare un lavoro appena abbozzato.
Bruciore, odore fetido, buio e neppure il fiato per urlare.
“No, il viso no!”, pensò, affondando inutilmente le unghie nel pelo corto.

CAPITOLO 5

Zoppicava verso il Ponte di Rialto. Non aveva sul serio intenzione di salire, era solo per avere una direzione. Saltimbanchi, skaters e turisti gli passavano accanto, ignorandolo. Perché avrebbero dovuto notarlo? Era un fallito, che perfino l’amore teneva a distanza.
Venezia era così colorata, rumorosa, soleggiata, e lui si chiedeva cosa ci facesse lì.
Avrebbe dovuto essere in America, sul set di un colossal cinematografico.
Se avesse preso quell’aereo, ora non sarebbe al verde. Sarebbe tornato a Venezia da star, al Festival del Cinema, e per lui avrebbero steso il tappeto rosso. Di Laura ne avrebbe avuta una al giorno, altro che!
E ora? Che razza di vita poteva vivere ora, se non riusciva neppure ad abbracciare un panorama intero con il suo solo occhio buono?
Si fermò prima di arrampicarsi sul ponte gremito di turisti, e svicolò nella calle alla sua destra. Schivò ragazzini con i loro palloncini di zucchero filato, la coscia mandava fitte come se un fendente d’avorio vi fosse ancora conficcato.
Avanzava trascinando le gambe, un senso di vuoto dentro; ma era un vuoto dolce, che aveva più un sapore di libertà, o forse di malinconia.
Senza una donna. Senza una casa. Senza un lavoro. Il rottame di se stesso. Forse era il sapore di una fine.
Nelle tasche aveva gli ultimi venti euro. Come meritavano di essere spesi “gli ultimi venti euro”?
Il suo occhio buono scorse per l’ennesima volta quelle luci intermittenti: Lola vede: passato, presente e futuro.
Scostò le perline tintinnanti. Dentro al baracchino faceva caldo, l’aria era satura di essenze puzzolenti che ricordavano le chiese, i funerali. Matthew si sedette, pronto al peggio.
Lola era una vecchietta grinzosa con un foulard viola sul capo. Sorrideva mostrando una punta di superbia, mentre mischiava le carte e le disponeva a ventaglio. Gliene fece scegliere alcune, poi lesse i tarocchi con quelle rimaste. L’espressione le si fece cupa, alzò lo sguardo su di lui inchiodandolo allo sgabello.
«Vedo negatività nella tua aura.»
Eh, no. Così era troppo facile. «Dimmi qualcosa che non so.»
«Vedo l’oblio. La strada segnata dal fato ti condurrà nella nebbia degli ultimi.»
Matthew trattenne un grugnito: oblio. Non c’era già dentro fino al collo?
«Che altro vedi, vecchia?»
La donna sollevò un sopracciglio, ma lui non era ancora sazio di risposte. Mille domande si era posto in quei giorni, ma una in particolare continuava a percuotergli le tempie.
«Voglio sapere perché.»
La cartomante ricompose il mazzo di carte con le dita nodose, poi si sporse un poco in avanti.
«Tutto ha avuto inizio in un momento preciso.»
«Ah!», sbottò lui. Sapeva benissimo quando tutto aveva avuto inizio. Quando avevano stabilito che l’ora ufficiale doveva fottersene di quella segnata astronomicamente dal passaggio del sole per il meridiano locale. Quel maledetto 26 marzo.
Ma se li doveva meritare tutti, i suoi ultimi venti euro. Era lei che doveva dare risposte.
«Come posso aiutarti ancora, figliolo?»
L’uomo prese il portafoglio griffato e lo svuotò sul velluto. I suoi occhi riflettevano il bagliore delle candele sulla sabbia, mentre la puzza dell’incenso gli impregnava i capelli.
«E se non avessi perso quel volo?»
La maga lo scrutò nell’occhio buono e poi si soffermò sulla garza da pirata. No, non era un ricordo del suo ultimo film.
La donna si chinò e da sotto il tavolino trasse una sfera. Come quella di Harry Potter, ma dentro non c’era nessuna nuvola che annunciasse TuSaiChi.
«Fai come me», e appoggiò i polpastrelli sulla palla di cristallo a occhi chiusi. Così fece lui.
Poi la sua voce gutturale intonò una litania inquietante, una cantilena di parole incomprensibili. La sfera, prima fredda sotto alle dita, ora sembrava scottare.
La vecchia tacque all’improvviso e l’uomo spalancò gli occhi. Nella palla, che riluceva di azzurro, vide se stesso il giorno della partenza.
Accidenti quanta fretta che aveva di buttare nel cesso la sua vita!

Era in volo già da un paio d’ore. Si chiese se avrebbe trovato un’altra donna come Laura, ma cacciò questo pensiero. Aveva dedicato tutta la vita per ottenere questa opportunità, ormai aveva scelto.
«Piacere, Glauco», lo riportò alla realtà il vicino di sedile. «È il primo volo e ho una paura fottuta.»
Tirò appena le labbra e si voltò dall’altra parte, ignorando questo moto di ingiustificata confidenza, ma subito dopo un odore acre di sudore gli giunse alle narici.
Prima di scaraventare fuori dal finestrino quel fastidioso vicino di viaggio che si agitava come un ragazzino, si alzò e raggiunse il corridoio. Deliziò lo sguardo con un bel paio di gambe accavallate e annessa carrozzeria che sarebbe stata perfetta come comparsa nel night club del suo film, ma decise di rispettare il ricordo di Laura ancora per un po’ ed evitò di strizzarle l’occhio: il viaggio era ancora lungo.
Avanzando, il panorama perse di fascino. Un uomo di mezza età dormiva a bocca aperta e il ragazzo a lato sudava ancora più che il suo nuovo amico Glauco.
Con quello sguardo spiritato che aveva già visto solo nei suoi colleghi strafatti sul set, quel tizio attirò la sua attenzione. Apriva e chiudeva le dita attorno a un oggetto bianco e appuntito, come una zanna di elefante in miniatura.
Quando si accorse di essere osservato, gli occhi si riempirono di quello che sembrò panico. Si alzò di scatto e, prima di avere il tempo di reagire, Matthew sentì la coscia squarciarsi. Quel maledetto dente era conficcato nella carne, la sua carne. Oddio, stava per svenire. O vomitare. O entrambi.
Gridò di dolore e di sorpresa. Un fottutissimo punteruolo d’avorio sfuggito ai controlli, proprio quello gli doveva capitare?
La gamba ebbe una nuova fitta quando il bastardo estrasse l’arma dal muscolo. Matthew strinse i denti e intercettò un pugno, bloccandolo prima che l’oggetto acuminato potesse ferirlo di nuovo. Quello sguardo annebbiato dall’odio, dall’adrenalina e dagli stupefacenti stava sfondando la sua fragile armatura di coraggio.
Il braccio gli cedette, indebolito, e il colpo del delinquente andò a segno al centro del suo viso.
Era come essere divorato da una belva feroce. Vedeva solo rosso, come in un terribile pulp movie. Il suo occhio pulsava e colava sangue. Così tanto sangue. Forse era davvero il momento di svenire… forse… for…


I pugni si abbatterono sul tavolo con forza tale che una candela quasi si spense. «Stupida sfera!»
Lola lo guardava con disapprovazione. «Quelli che vedi non sono altro che flussi di eventi scatenati dal tuo modo d’agire.»
Matthew non aveva mai creduto al destino o alla sfortuna, e men che meno poteva credere che tutto fosse dovuto al modo in cui lui stesso si era comportato.
«Stai cercando di dirmi che se non fossi mai venuto in Italia…?»
«Ancora non l’hai capito?» rispose lei, alzando le sopracciglia.
«Mostramelo.»
«Venti euro non bastano.»
«Me li procurerò, ma ora guarda.»
La cartomante sbuffò, poi rilassò le spalle e chiuse gli occhi. La sfera si illuminò, mentre Lola alzò gli occhi al cielo mostrando la sclera, le palpebre che vibravano.
Un vento improvviso soffiò dentro la stanza, sferzando le vesti.

«Ehi, bella. Quanto vuoi?»
«Dipende.» La donna appoggiò i gomiti sul finestrino abbassato, facendo sporgere la mercanzia e masticando la gomma in modo che avrebbe dovuto sembrare sexy. Poi si alzò di scatto. «Non sarai mica uno sbirro o qualcosa del genere?»
«No, che dici?»
«Allora perché quello ci sta scattando delle foto?»
Il paparazzo ritirò la macchina fotografica, nascondendosi in una Ford Escape nera che partì sgommando.
«Porca puttana!», imprecò Matthew, facendo lo stesso.
«Ehi!», sbottò la lucciola, indietreggiando per non essere trascinata via.
Inseguì il SUV in una corsa folle che lo riportò sulla strada principale, superando le altre auto a destra e a sinistra.
Non poteva bruciarsi proprio adesso, non ora che era stato scelto come protagonista nel film più atteso dell’anno. Thompson ne avrebbe approfittato per dargli il benservito. Doveva fermare quei maledetti fotografi.
Un semaforo. Aveva già visto quella scena, l’aveva girata pochi giorni prima: lui che sfrecciava sobbalzando sull’incrocio e le altre auto che inchiodavano aprendosi a lisca di pesce, lasciandolo passare.
I paparazzi lo stavano seminando, e lui sapeva come fare per raggiungerli. Invece di frenare, accelerò.
Ma qualcosa di grosso gli si parò davanti.
Sapeva di essersi fermato, questa era una certezza, anche se non riusciva a vedere.
Sentiva attorno a sé solo fiamme e lamiere. Dentro di sé, solo coltelli.


Matthew si alzò facendo rovesciare la sedia. Coi tendini delle mascelle che scattavano, fece un cenno ai venti euro. «Tieniti quelli, appena potrò porterò il resto.»
«Non li voglio, portali via», fece Lola agitando la mano.
«Che accidenti significa?»
«Ognuno raccoglie ciò che semina, e io non le voglio le tue erbacce.»
«Non vedo cosa c’entri.»
«Perché non vuoi vedere.»
«Mi stai prendendo in giro?» Matthew tolse la benda e mostrò l’orribile vuoto all’interno dell’orbita. «Come cazzo posso vedere bene, secondo te?»
Lola si alzò dalla poltroncina e scandì bene le parole.
«Vedere dentro al tuo cuore. Successo, denaro, fama: tutto questo ti ha portato dove sei ora. Hai mai provato a metterci del sentimento in quello che fai?» E col tono di una sentenza di morte, aggiunse: «Io non li voglio i tuoi soldi.»
Matthew prese i venti euro, li accartocciò nel pugno e si girò verso l’uscita.
«Ragazzo!»
«Che altro c’è?», chiese senza voltarsi.
«Sai cos’è la gratitudine?»
Matthew non rispose e se ne andò via, accelerando il passo.
Ma quando la brezza salata del golfo di Venezia soffiò sulle guance, si accorse che erano bagnate.
Da vicino nessuno è nOrMaLe
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