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Racconti di note #7, scadenza 14-12-2017

23/11/2017, 21:53

Allora... a grande richiesta, per scrivere una storia, stavolta musica italiana a cui ispirarsi, e in particolare quel romano, romanista di sinistra di Antonello Venditti.
Vorrei riavere i miei venticinque anni, la mia Fiat 128 rossa, la mia sciarpa rossa, le mie serate e notti nella città piovosa e fredda, dove lentamente un mondo che volevamo cambiare senza accorgercene aveva già cominciato a cambiarci...

uno dei commenti alla canzone che vi propongo.
Niente "Grazie di Roma" anche se mi sarebbe piaciuto leggere uno scritto di Masmas sulla Magggica. :LOLP:
Invece ho scelto una figura femminile: GIULIA.
Un brano degli anni '70, questo il link
https://youtu.be/LszrYi1KY4A
Però se Masmas vuole dare un'occhiata a qualche bandiera giallorossa c'è anche la versione live del Circo Massimo
https://www.youtube.com/watch?v=aDE1iNKq6fw.
Per il limite di battute e tempo di consegna lascio la parola allo staff.
Buon ascolto e buona scrittura o?
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Re: Racconti di note #7

26/11/2017, 9:32

Allora diciamo che visto che si leggono 750 battute al minuto, di media, e la canzone dura 4:30, fa un massimo di 3813 caratteri. Ce la facciamo?

C'è tempo per scrivere fino al 14 dicembre, nomineremo il vincitore il 22.
o?
Da vicino nessuno è nOrMaLe
La vita è una corsa, e io sto cercando una panchina
Una risata vi seppellirà

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Re: Racconti di note #7

27/11/2017, 12:46

Scacco alla regina

Incatena il mio spirito appoggiando le labbra dove il desiderio ha riempito le vene. E così anche il mio cuore sanguina ferito da baci mortali, caldi nella pelle, ma freddi nell'anima.
Non posso credere che si tratti solo di sesso, non voglio arrendermi a questo gioco crudele che mi consuma, in questa dannata lotta per raggiungere i suoi sentimenti.
Inutile annaspare nel tentativo di ricevere amore, percepire uno scambio. Ha sigillato le emozioni con tutto il dolore che porta dentro, le ha rinchiuse in una cassaforte, rifiutando di ricordare il codice per accedervi.
Giulia grida il mio nome, e non vorrei più togliermi da lei, dall’illusione che non sia solo puro godimento. Desidero scorgere passione e non lussuria nello sguardo ferino, sulle labbra che morde e gli artigli pronti a graffiare puntati sul petto che brucia già, mentre schiaffeggiandosi frenetica su di me, si affanna a raggiungere l’orgasmo.
Vorrei vendicare l'abuso, liberarla dalle paure, entrarle nella mente.
Il suo silenzio mi distrugge, il suo vuoto mi divora.
Fuggirà come fa sempre, e non avrò modo di fermarla. Nessuna parola, un arrivederci o un bacio affettuoso. Mi abbandonerà agonizzante nell'attesa, risucchiato nell'oblio dell'incertezza e nel timore di non rivederla mai più.
Imprimo nei glutei i polpastrelli, tatuandola, marchiandola di lividi e riversando il dolore che mi trafigge lo stomaco. Ma gode di questa piccola vendetta, niente riesce a ferirla, e tremo all’insano desiderio di udire un lamento, certo che mi restituirà la strizzata pugnalandomi questo stupido cuore delirante.
La trattengo sopra di me, la costringo a parlare, a dirmi cosa prova. Si distende sul mio torace, il seno morbido sussulta tra di noi, mentre ride come a una battuta, e sento il petto aprirsi a colpi d’ascia. Scorre la lingua sul collo e arriva al lobo, lo succhia e soffia nell'orecchio, struscia la pelle umida sulla mia, mi eccita, annienta la ragione.
Di nuovo mi ha in pugno la mia padrona, regina del gelo e del sesso. Schiavo maledetto nelle sue mani assassine che strappano un pezzetto di cuore alla volta.
Ferita aperta.
Morte lenta e dolorosa.
Sono un uomo, uno che dona l'anima e sacrificherebbe la vita per amore. Ho perso il rispetto per me stesso, ma ne ho per lei. Mi libero e fuggo dall'ubriachezza della mente, dall'odore della perdizione, e dalle carni ardenti di libidine.
Potrei morire di questa assenza.
Mi alzo dal letto, il pavimento di legno scricchiola sotto i miei passi. Apro la porta e mi sorprende l’alba, il gelo si scioglie adagiandosi sulla pelle.
Strappo dal petto le catene e la folle scheggia conficcata; i polmoni si riempiono d’aria.
Una mano tentatrice mi sfiora la schiena, disegna un cuore con le dita. Giulia posa le labbra sulla pelle che reagisce increspandosi, mi circonda con le braccia. Temo la seduzione, l’incapacità di resisterle. Ma non scivola con le mani ad eccitarmi, né sussurra quelle parole provocatrici che impediscono alla ragione di mettere i freni. In questo momento desidera me, non il mio corpo, e ha paura di perdermi.
Il cuore si riempie di speranza, e rivestito di una spessa armatura, mi sento al sicuro. Darò un’altra possibilità a questa storia, trasformerò il tormento in gioia, ma questa volta condurrò il gioco a modo mio.

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Re: Racconti di note #7, scadenza 14-12-2017

07/12/2017, 16:31

Giulia dice

La sua voce è la prima cosa che mi piace.
Giulia è di origini spagnole. E' arrivata quest'anno nella nostra classe ed all'inizio mi era un po' antipatica, per via della sua aria da intellettuale, snob.
Il primo giorno si è avvicinata, mi ha teso la mano e ha pronunciato un - Ciao, mi chiamo Giulia e tu?
- Gabriele, Gabry per gli amici - ho timidamente accennato.
Avrei voluto chiederle perché aveva scelto la nostra scuola, quali erano le sue passioni e mille altre cose. Invece ho sfoggiato solo uno stupido sorriso. Per tutto il tempo della lezione non mi ha più rivolto la parola.
I giorni seguenti le cose non sono cambiate: io sempre muto, che cercavo di diventare invisibile. Lei che non mi degnava di uno sguardo.
Giulia dice che sono buono, anche troppo, e mi nascondo dietro i miei occhiali. Grazie a loro il nostro rapporto cambiò.
Quella volta, all'uscita di scuola, qualcuno dei mie compagni mi fece uno sgambetto. Per un attimo persi l'equilibrio e dallo zaino aperto scivolò fuori il mio diario. Sergio, che ammiravo per quanto era capace di essere stronzo, subito lo raccolse e cominciò a farlo volare da un mano all'altra, mentre io goffamente cercavo di riprenderlo, tra gli “Olè” dei miei compagni. Torello chiamavano questo stupido gioco.
Il diario, con le sue ali di carta planava per terra, per riprendere il volo, lanciato di nuovo. Frignavo, ma senza lacrime - lasciatemi in pace -.
Correvo avvolto dalle urla, in una selva di braccia, mani e corpi. In uno scontro gli occhiali presero la direzione del selciato. Si frantumarono.
A quel punto intervenne Giulia, la sua voce coprì le altre, o meglio le sue mani. Uno schiaffo ben assestato finì sulla nuca di Sergio. Poi si chinò e sollevò da terra gli occhiali, quello che rimaneva, e me li porse, senza sorridere.

Io amo le sue mani, sono la seconda cosa che mi piace.
Giulia mi difende, ha un corpo atletico ed io mi sento sicuro con lei, studia Krav Maga, una tecnica di combattimento corpo a corpo. Io sono andato a vedere i suoi allenamenti, quando fa guizzare i suoi pugni ho come un fremito, che mi arriva al basso ventre. Giulia dice che mi farebbe bene prendere qualche lezione, ed io ho anche provato, per diventare bravo come lei, ma ho subito smesso. Era troppa la paura di farmi male.
Da quando è venuta ad abitare nel mio quartiere, vado spesso a casa sua, anzi è proprio lei che mi aspetta all'uscita di scuola. Giochiamo insieme. Alcune volte facciamo finta di essere sposati e ci mettiamo nel suo letto, ma io non riesco a dormire, perché lei mi tocca.
Lei però non vuole essere toccata. Altre volte mi imprigiona in un sottoscala della casa; che è diventato un po' la mia stanza, non è molto grande, ma se salgo su una sedia arrivo ad una piccola finestra. Così posso vedere Giulia seduta sul divano.

La visione delle sue gambe nude mi eccita, è la terza cosa che mi piace.
Ma Giulia dice che non devo toccarmi, lei non vuole queste cose, dice che il Signore mi vede e faccio peccato. Non devo dire a nessuno quello che facciamo, forse per questo qualche volta mi punisce. Certe volte sono stanco di questa condizione e vorrei raccontare tutto, ma poi lei viene a prendermi, mi porta nella sua casa e dimentico ogni cosa. Lei dice che mi vuole bene e che i nostri sono solo giochi. Prepara meticolosamente la tavola dove mangiamo insieme: la tovaglia ha sempre tonalità calde, i bicchieri un disegno floreale e le posate sono rigorosamente allineate. Lei mi porge il piatto e mi parla e io l'ascolto, perché mi piace la sua voce. Poi mi accompagna nella mia stanza e mi legge un libro, accarezzandomi la testa. Io aspetto con ansia quel contatto, perché amo le sue mani. Alla fine spegne la luce, si denuda per mettersi in pigiama e finalmente posso intravedere il suo corpo, bianco nella penombra.
Sale così, la mia eccitazione. Io non so spiegare questo desiderio, e come se il sangue scorresse più veloce ed anche le cose intorno, viaggiano veloci, perdono i contorni, nell'aria c'è solo il suo odore ed il mio unico imperativo è quello di toccarla. Mi sento un po' sporco dopo, ma non riesco a fermare questo nostro gioco.
Mercoledì ho la mia chance, Giulia dice che se riesco a vincerla a scacchi si farà toccare.
Io non mi faccio illusioni, però.
Giulia dice tante cose.
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Re: Racconti di note #7, scadenza 14-12-2017

10/12/2017, 0:20

DUE GUERRE

Il cielo grigio sovrasta la radura nella giungla. Quel po’ di sole che passa tra le nuvole non riuscirà mai ad asciugarci, fradici come siamo. Avanziamo tra l’erba alta un metro, affondando gli stivali nel fango di questo merdoso paese da duecento giorni di pioggia l’anno.
Il capitano là davanti fa gesto di stare bassi. Guardo Douglas, cinque metri a destra, e gli altri intorno: già l’erba ci arriva al petto, poi siamo tanto coperti di fango che saremmo invisibili anche se avessimo un tutù rosa invece che elmetto e mimetica.
Fanculo. Cazzo ci faccio qua non lo so.

Colpa di Giulia. Si fottano, lei e Cindy. Che poi mi sa che non c’è bisogno di auguri.
Beh coglione a me invece, che le ho fatte conoscere.
Quel giorno al bar in stazione, proprio a me doveva capitare una italoamericana, femminista, comunista e attivista, e chissà che.
Capelli corti e vestito a fiori, si era messa a sproloquiare di libertà e pace e chi si ricorda. Solo che un po’ quegli occhi, un po’ la parlantina, mi sembrò simpatica.
Stronzo io a invitarla a casa.

Ecco che torniamo tra il buio delle fronde gocciolanti. Il caldo è mano che schiaccia, sembra di avere spugne nei polmoni. Posto di merda.

Quella sera Giulia tirò fuori l’intero repertorio antigovernativo, l'oppressione del regime, il capitalismo, e Cindy lì con la bocca spalancata e il sorriso sognante.
Forte la tua amica, mi disse.
Così la reinvitammo, due, tre, altre volte.
Finché quel pomeriggio, di ritorno dal lavoro, non le beccai a casa da sole, a parlare sul divano. La mano di una in quell dell’altra.
Quella mano, mi fece salire il sangue alla testa.
La liquidai in fretta, non vediamola più, dissi. Cindy divenne rossa, litigammo. Fu solo la prima volta.
Giulia parlava di marce, sit in, fermare quella guerra. Partire. Fanculo al partire.
La settimana dopo le davo della troietta frigida, Cindy mi dava del maschilista insensibile. Giulia non vene più. Ma Cindy continuava a vederla, lo so. Se ne usciva tutta profumata.

Qui tra le fronde, i rumori attutiti, i sibili, qui sì che teniamo giù la fottuta testa. Anche quell’esagitato di Mitchell ha il sorriso spento, gli occhi bordati di fango saettano in qua e in là. Qui sotto stringi forte il fucile, il tuo dannato miglior amico.

Poi Cindy mi disse che Giulia partiva. Lei sì aveva le palle. Io no, ero io l’impotente, lei certo non era frigida. Cindy lo sapeva bene.
Divenni viola, gridai e sbattei la porta. Ma stavo perdendo. La mattina, dopo una notte tra bar e lattine, ebbi la minchiata di idea: firmare sotto la riga dello zio Sam. Per fargliela vedere. Che sono uno stronzo, quello sì, si è visto bene.

Il capitano fa di stare giù. Più giù, merda, ci sdraiamo. Silenzio, fermi, la giungla ci sovrasta coi suoi gridi e fruscii, l’odore di muffa e bagnato. Ci fagocita.
La mano del capitano. Si riparte, non c’è niente. Nemmeno questa volta.
Un fottuto schianto. Grido, è Kramer, di là, foglie e rami, corro.
Le urla, il corpo schiacciato tra punte di legno e un albero. Merda una trappola! Sangue, brandelli, gli occhi col terrore, ti salviamo noi!
Poi cade, cadono dagli alberi, uno mi piomba sopra, rovino a terra. Mi giro, è una macchia di fango e rami, con due occhi che mi odiano. Attacca con una lama, rotolo e prendo il coltello, urlo, affondo, tento di alzarmi, mi salta sopra.
Fitta al pettorale! Brucia come il merdoso fuoco dell’inferno! Sferzo il coltello alla cieca, quegli occhi piantano ancora la lama e il dolore folgora ogni merda di nervo del corpo.
Tutto diventa nero. Rimangono quegli occhi: Giulia, sì era Giulia. Chissà come cazzo ci è finita su un albero, a farmi un agguato. Non lo saprò mai, niente, non sento più niente, il corpo non lo sento più.
Giulia. Cindy! Eccola, appare nel nero, dietro Giulia. Spostati, Giulia, fammela vedere, me lo devi. Almeno l'ultima volta.
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