Helena J. Rubino
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Re: Racconti di note 06

03/11/2017, 9:28

Tutta a dritta verso la felicità!

Mani in tasca, che niente aveva da dare, ma soprattutto testa bassa e sguardo puntato sulla sabbia. Le onde cancellarono le impronte, levigando il percorso.
Per quale motivo rendersi invisibile, quando a nessuno interessava di lui?
Sparire dalla vita aveva assunto un significato diverso, oltre a quello di morire.
«Ho la fila di uomini per questo lavoro, e più qualificati di te.» Misto allo sciabordio vibrarono le parole del suo capo, come un’interferenza alla radio. Il refolo di vento insinuatosi tra l’orecchio e la conchiglia portava in sé la voce dei ricordi. Giovanni restituì al mare il guscio maledetto, lanciandolo oltre la boa e ripetendo quell’imprecazione sputata senza il freno della ragione, la stessa che lo aveva condannato al licenziamento.
Privato di quel misero stipendio, si lasciò alle spalle l’affitto da pagare, le bollette, una cabrio malconcia, e la dolce Nina. Troppi i desideri di quella donna: il matrimonio, una bella casa e tanti figli. L’ennesima delusione trasparì dagli occhioni scuri, quando invece di porgerle un anello, rigirò le tasche vuote.
La solitudine aveva in sé qualcosa di magico; la dolorosa assenza trasformata in libertà. Niente da perdere e tutto da conquistare, come risorgere in un mondo sconosciuto e costruirsi una nuova esistenza.
Percorse il molo, una brezza portò con sé l’odore di alghe.
«La sua barca è pronta, signore.» Una voce roca lo fece sussultare: la voce di un uomo comparso dal nulla, pelle nera e abito candido, come la lunga barba sopra alla quale si allargò un sorriso.
«Non è mia.»
«Eppure mi giunsero delle speranze attraverso il fumo del falò, lo scorso solstizio. Ricordi di aver bruciato la pergamena con del rosmarino?»
«Uno stupido rituale con gli amici, eravamo strafatti di birra.»
«Il tuo cuore non era ubriaco. Desideravi Nina tutta per te, perciò questa ti appartiene.»
La barca portava il nome dell’amata, la scritta azzurra sullo specchio di poppa parlava chiaro, e Giovanni scoppiò a ridere. «Mi sta prendendo in giro?»
«Hai mai scritto di una donna? Bisogna essere precisi quando si desidera qualcosa, ma quando il desiderio non è chiaro neppure a chi lo esprime, ci pensa il fato a rimediare.»
Giovanni salì sull’imbarcazione; sorrise, una brezza gli carezzò il volto, inspirò l’aria salubre e si girò a guardare il vecchio. Dietro di lui solo una spiaggia vuota.
Nina tutta per lui.
A bordo della sua nuova casa, si sentì libero e completo.
L’amore aveva fatto male, ma il cuore lo invitava a cambiare rotta. Nessuna mappa e una sola meta da raggiungere.
Tutta a dritta verso la felicità!

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Geara Tsuliwaënsis
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Re: Racconti di note 06

09/11/2017, 15:59

Venganza

Juan Mendez era seduto sulla sabbia bianca e sottilissima, all’ombra ballerina di una grossa foglia di banano; la risacca placida trasportava i racconti del mare, narrati attraverso frustoli di olona, abiti e frammenti di carene.
Il sole tramontò sul centonovantatreesimo giorno di solitudine su quell’isola e Juan fece ritorno alla grotta che usava come rifugio. Rimestò tra le braci, ravvivando il fuoco con foglie secche e pezzi di corteccia. Dissotterrò il pescato del mattino, tolse le foglie di banano bruciacchiate e mangiò seduto su una roccia appena fuori dalla grotta, da dove poteva vedere la baia.
Un anno prima, assieme alla ciurma dell’Aleta del Diablo aveva trascorso una settimana su quella spiaggia, giusto il tempo necessario alle riparazioni della nave e lì aveva capito come era morto l’uomo delle stelle.
La mano di Juan volò sull’avambraccio destro dove, incastonato tra tendine e muscolo, giaceva il proiettile che lo aveva raggiunto mentre saltava fuori della nave per evitare che Lancaster, quel maledetto porco inglese, lo ammazzasse come un cane. Aveva perso conoscenza nell’impatto con l’acqua e si era risvegliato sulla battigia con cuore e dignità a brandelli. Ebbe la febbre, patì la fame, e nel mentre aspettava di potersi vendicare del capitano inglese.
Al centoquarantaquattresimo giorno, una nave pirata si era avvicinata all’isola per sistemare la carena della nave, l’equipaggio aveva portato a terra il contenuto della stiva. Durante la prima notte a terra, Juan ne aveva approfittato per rubare cibo, rum, una sacchetta di polvere da sparo, un coltello e una pistola.
Quando era sicuro di non essere visto, si avvicinava all’accampamento per ascoltare i racconti di quegli uomini; fingeva di essere ancora parte di un equipaggio, uno che non era rimasto immobile mentre il capitano lo accusava di aver ucciso l’uomo delle stelle.

All’alba del duecento sedicesimo giorno, la bandiera dell’Aleta del Diablo garriva fiera sull’albero di maestra, la nave era ancorata nella baia; l’equipaggio gettava l’ancora prima delle secche e iniziava a calare le scialuppe. Juan dimenticò i muscoli intorpiditi dall’umidità della notte, corse a rovistare in mezzo alla legna e alle foglie che aveva accumulato nella grotta.
Trovò la pistola tra le felci secche e i riccioli di corteccia, la pulì della terra e provò a far fuoco. L’acciarino sprigionò un nugolo di scintille e Juan si lasciò andare a una risata infantile.
Si nascose tra i cespugli e guardò Olaf arrivare a terra con la prima scialuppa in compagnia di quello stecchino di O’Flannery, che sbarcò e si sedette sulla sabbia, mentre quel grosso bastardo di Olaf scaricava l’imbarcazione prima di tornare a bordo.
Guardò tutto l’equipaggio scendere a terra piano piano e al tramonto la nave era di nuovo inclinata sul fianco per le riparazioni. Quella notte guardò il suo vecchio equipaggio festeggiare, annegare risate e pensieri nel rum, mentre O’Flannery li accompagnava col violino.
Fu allora che Juan estrasse il coltello e lo passò sull’avambraccio, la lama raschiò la palla di ferro, dovette fare un po’ di pressione perché la palla uscisse e quasi svenne dal sollievo datogli dalla rimozione di quel corpo estraneo.
Attese tra i cespugli, ripulì la palla, riempì la canna della pistola con la polvere da sparo e ci infilò il proiettile, assicurandosi che raggiungesse il fondo aiutandosi con un rametto.
Lancaster si allontanò dal gruppo e fronteggiò una pianta di frutti, quando Juan udì il rumore dell’urina colpire il fogliame. Juan uscì dal nascondiglio e gli puntò la pistola contro la nuca.
Hola, capitàn” disse a voce bassa, quasi un ringhio sommesso.
Hola, quartiermastro” Lancaster ruotò il torso, piantando una lama nel collo dello spagnolo, che arretrò di un passo. Tenne il braccio teso e fece fuoco. Il rinculo e la perdita di sangue lo fecero cadere all’indietro, prima di chiudere gli occhi, la sagoma di Lancaster lo sovrastava senza un orecchio.
Si has perdido el rumbo escúchame, llegar a la meta no es vencer, lo importante es el camino y en él, caer, levantarse, insistir, aprender.
La posada de los muertos - Mägo de Oz

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Re: Racconti di note 06

11/11/2017, 13:03

Incidenze

Ti sedevi proprio qui, su questo scoglio. Il tuo preferito, con il tufo scavato dalle onde fino a minarne la stabilità. Dicevi che era come una banchina naturale, sospesa sul mare verde della libertà. Tiravi fuori la chitarra, e iniziavi a cantare, a ridere, a vivere. Dimentico di ogni problema, di ogni guerra, del mondo, forse anche di te stesso.
Quando mi hai chiesto di sposarti, lo hai fatto con la stessa spensieratezza, respingendo con un'alzata di spalle le mie ritrosie:
"Che importa se ti resta poco da vivere? Non importa 'quando', ma 'come': io starò al tuo fianco, watching the tide roll away. Non lascerò che la malattia ti consumi anche l'anima, devi vivere fino all'ultima goccia di vita, anche semplicemente guardando le barche che passano se questo ti dona gioia e serenità."
Un discorso troppo serio per te, non eri il tipo. Probabilmente lo pensavi davvero, ci credevi fermamente; e ti sei messo a sprecare il tuo tempo insieme a me, inseguendo i miei sogni dalla Georgia fino a Frisco Bay.
Finché te ne sei andato prima di me.
Un incidente.
Una disattenzione, una beffa della sorte.
Incidenze della Vita sul corso del destino, o vicecersa.
Ora sono qui, sul tuo scoglio. La marea sale, scende, e risale. Lambisce le mie caviglie abbandonate alla corrente.
Ho con me la tua chitarra: non la so suonare, ma mi fa compagnia.
Mi manca poco, le ultime settimane.
Cosa si fa quando ci restano solo pochi giorni di vita? Si può piangere, urlare, disperarsi, gridare, soffocare!
O starsene semplicemente così, in un angolino della baia, guardando le navi arrivare e ripartire, sorridendo e pensando alla serenità che sei riuscito a donarmi... e il tempo che passa in questo modo, non è sprecato.
La vita non consiste soprattutto - e nemmeno in gran parte - in fatti e avvenimenti.
Consiste soprattutto nella tempesta di pensieri che infuria senza posa nella nostra mente.
(Mark Twain)

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Re: Racconti di note 06

12/11/2017, 13:46

Scusate avevo postato il racconto senza tener conto del limite dei caratteri!

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Re: Racconti di note 06

12/11/2017, 14:39

Anche sintetizzare è un esercizio bello tosto :mrgreen: Ecco il racconto corretto:


Arriva sempre l'alba

L’alba ha dei colori incantevoli. Non so perché si parli tanto dei tramonti, li trovo sopravvalutati. Rappresentano qualcosa con cui ancora non sono scesa a patti: le conclusioni. Quando qualcosa finisce, l’invitabile crisi è dietro l’angolo ad aspettarmi per prendermi a mazzate. Ogni volta ne esco malconcia, tumefatta ed esausta. Ma, come si dice, “chiusa una porta si apre un portone”. O, come preferisco dire io, “dopo il tramonto, arriva sempre l’alba”. Per questo adoro svegliarmi presto e uscire alla ricerca del luogo perfetto in cui aspettare che il sole sorga.
Oggi, quel luogo è un pontile del piccolo borgo di pescatori non distante dal mio paese natale. Mi sono seduta lontano dalle barche, sperando di non essere notata. Speranza vana: una ragazza minuta, infagottata in una sciarpa sgargiante e un maglione troppo largo, che si riscalda le mani stringendole attorno a un termos, non passa inosservata in mezzo ai lavoratori che si accingono a cominciare la loro faticosa giornata di pesca. Tutti, passando, hanno lanciato almeno un’occhiata stranita prima di darmi con gentilezza il buongiorno, domandandosi probabilmente che razza di problemi avessi a starmene lì a quell’ora, al buio. Qualcuno mi ha chiesto se stessi bene. Ho risposto di sì, omettendo quel senso di vuoto e di fallimento che mi attanaglia da giorni. Tacendo che avevo proprio bisogno di osservare l’alba stamani, perché mi fa sentire come se ci fosse qualcosa in cui credere.
A chi potrebbe mai importare? Scommetto che chiunque di loro ha problemi ben più grandi dei miei. In fondo non sono altro che una melodrammatica.
“A me importa” sembra dire l’uomo che mi si siede accanto.
– Come scusi?
– Cosa ti porta qui?
– Oh, sa, questo posto è uno dei miei preferiti sin da quando ero bambina. Avevo voglia di starmene un po’ in pace, a riflettere, così ho preso la macchina e... Mi auguro di non disturbare, forse dovrei spostarmi.
L’uomo, dal viso rugoso e abbronzato, mi guarda in silenzio per alcuni secondi. Mi sento in imbarazzo, come al solito ho dato una valanga di informazioni non richieste a un perfetto sconosciuto che voleva solo essere cortese. Parlo troppo, sempre e solo di me stessa, egocentrica del cazzo! Tento di rimediare.
– Lei lavora qui?
– Un tempo. Ora sono in pensione, vengo ogni tanto con mio figlio che ha preso il mio posto in barca. È quello lì – risponde, mostrandomi un tizio sulla quarantina intento a controllare le reti.
– Le manca pescare?
– Beh, esistono lavori migliori – ride – però il mare, quello sì. L’aria salmastra mi tiene arzillo, aiuta a pensare meglio. Le decisioni più difficili della mia vita le ho prese qui.
– Allora sono nel posto giusto – sospiro.
Il cielo comincia a rischiararsi, il sole farà capolino fra non molto. L’uomo indica l’orizzonte.
– L’alba ha dei colori incantevoli.
Vorrei dirgli che lo credo anch’io, che mi ha rubato le parole di bocca. Ma prosegue prima che possa farlo.
– Mi ha insegnato una cosa, in tutti questi anni: che si può sempre cominciare da capo. Non importa quanti guai tu senta di aver combinato, quanto dolore, vergogna o smarrimento stia provando dentro di te. Puoi rialzarti e riprovarci. L’importante è non arrendersi.
Mentre lo ascolto, le lacrime riempiono prepotenti i miei occhi.
“Come fa a saperlo?”
Forse ce l’ho scritto in faccia. O magari è abbastanza saggio da capire che se te ne stai nel più improbabile dei posti, è perché non appartieni a nessun luogo. Smetto di fissare l’acqua scura sotto ai miei piedi, mi giro verso di lui porgendo la mia quieta riconoscenza.
Posa una mano sulla mia spalla, solo per un attimo, nel momento stesso in cui spunta il primo spicchio di sole. Ecco l’alba, con i suoi colori. Con tutti i suoi significati.
L’uomo si solleva, non senza qualche difficoltà, e allontanandosi mi rivolge il suo saluto.
– Sorridi, che è un nuovo giorno. Non aver paura e fa’ che sia un buon giorno.
– Lo farò!
Finisco di bere il mio chai, mi godo il panorama ancora un po’. Ma poi si parte: c’è la vita da affrontare.

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Calibano
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Re: Racconti di note 06

12/11/2017, 16:46

Oggi è un giorno felice

Ce ne stiamo a guardarci, io e Hadiya, mentre in lontananza la barca si avvicina.
Guardiamo i nostri visi aridi, la pelle secca. I capelli sporchi e i vestiti unti. Hadiya era un insegnante, le piacciono i bambini, mai avrebbe pensato di ridursi così.
Buttata. Gettata via, come un cencio usato. A trent'anni non interessi più come oggetto sessuale, sei vecchia e malconcia.
La sabbia del deserto libico ti graffia, quando il vento si alza e ti sfiora le guance. Sembra quasi una carezza, quel vento.
A pochi metri un'altra donna tiene accanto a sé un bambino, chissà dove ha preso quella radio con cui gioca e vive in un mondo tutto suo.
Il sole sta calando sulla baia di Sebratha e siamo in trecento ad aspettare la barca. E' il fumo della raffineria a guidarla, naviga sotto costa, lenta.
Hadiya è stata stuprata e venduta a una banda di libici da un Babu: un anziano, un nonno della sua famiglia.
Sorride a quel bambino. Lui balla, il suo corpo ondeggia a tempo con la musica, la radiolina nera, come un sasso magico fa scomparire i ricordi e ti proietta nel futuro.
E tu vuoi viverlo quel futuro, ci credi.
Credi che al di là del mare il mondo sia diverso. Il mare può cancellare tutto: I giorni chiusi in quella stanza, le grida, le risate di scherno.
Bianca è la schiuma dell'onda che s'infrange sulla spiaggia.
Bianco il sorriso del bambino che ti invita a ballare con lui, Il fumo delle sigarette, che gli uomini in circolo si passano.
Ti guardo Hadiya, come solo un innamorato può guardare, con gli stessi occhi felici di quel bambino.
Tu sei la mia musica, quella che mi fa ballare.
Non importa se ho perso tutto, se ho dovuto bere la mia urina per arrivare fin qui. Se il sole scotta e brucia sulle ferite.
C'è il mare.
Ora sono qui, seduto accanto a te e nulla mi fa paura, perché sento le tue mani fondersi con le mie, intanto che la barca si avvicina.
Siamo stati bambini anche noi Hadiya e ti piace, per un attimo, pensare di esserlo ancora. Ti alzi e canti. La gonna, con i suoi disegni a scacchi verdi e gialli, si agita aderendo ai tuoi fianchi. Balli e altri bambini si radunano a formare un cerchio di felicità.
Oggi è un giorno felice.
- Abayomi vieni anche tu a ballare – mi gridi. Io rimango seduto e ti sorrido, voglio far riposare le mie ossa ancora un po'. Il viaggio sarà lungo.
La marea crescente aiuta la barca. Sembra più grande di quanto pensassi. Vista all'orizzonte era un puntino bianco, rosso e verde. Adesso è più vicina, anche se mi chiedo come faremo a salirci tutti.
Qualcuno parla dell'Italia, mi offrono da fumare, ma io ho fame.
- Come ti chiami? – chiedo al bimbo con la radiolina – Zahur – risponde lui.
Gli occhi brillano di innocenza e vitalità. La radio comincia a gracchiare, la musica si fa confusa, poi si spegne, forse le batterie si sono esaurite, ma non la gioia del ragazzo.
Si avvicina ad Hadiya e gli mostra un soldo, lo morde e le dice: - E' una moneta vera, sai! Io diventerò ricco, ne avrò tanti di queste e mi comprerò una radio grande così – allarga le braccia come se potesse contenere il mondo intero.
- Allora conosci quel proverbio swahili che dice Elfu huanzia moja (le migliaia cominciano da uno).
Ci guardiamo io e Hadiya, ridiamo.
Oggi è un giorno felice.
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Re: Racconti di note 06

12/11/2017, 18:59

Calibano <3
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Re: Racconti di note 06

13/11/2017, 13:55

E allora si vota (mi dicono sia di moda così).

Ma io che sono quello che deve fare sempre l'originale, oltre che abbastanza bastardo, dico: nominate i vostri vincitori, uno o più d'uno.

Avanti pirati, votiamo fino al 20 (compreso).
Da vicino nessuno è nOrMaLe
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Re: Racconti di note 06

13/11/2017, 14:04

Gattoula é un complimento per il racconto o una dichiarazione d'amore? :LOLP: :D
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Re: Racconti di note 06

13/11/2017, 14:24

Il mio voto è per MasMas e la sua storia distopica "Time Crime"... anche se qui
Sull’acqua calma ondeggiava nebbiolina, argentata dai raggi del sole.

secondo me c'è un refuso.
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