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Giancarlo
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Re: Quinta e ultima settimana

03/11/2014, 18:09

apenapi ha scritto:Che pirla che sono! Mi è sembrato di fare il quarto flashcontest. Ho inventato questa cosa. Spero possa andar bene. Giusto dentro i parametri. Volevo scrivere una commedia ma la storia ha deciso diversamente.
Ecco il testo e scusate per la scemenzaggine acuta.



Immersi nella penombra gli occhi del cadavere fissavano quella porta. Miriam tremante lo scavalcò. Là dentro c’era il suo fidanzato e sapeva che non avrebbe mai smesso di maledirsi se l’avesse aperta.
E così fu.

Quella mattina l’aveva chiamata. Erano solo le sette ma era certo di trovarla sveglia. Era uscita dal suo letto spiegandogli che alle cinque e trenta doveva alzarsi.
Lo aveva immaginato con gli occhi ancora gonfi di sonno, il viso circondato da quella cascata di capelli castani e la solita barba lunga, la voce profonda e dolce di chi, appena sveglio, vuole augurare il buongiorno alla sua donna.
«Miriam. Ascoltami attentamente» le aveva invece ordinato con una nota acuta mai sentita prima. «Fuggi! Non andare a lavorare. Ci vediamo…»
Era restata lì, seduta nel vagone della metropolitana a fissare il cellulare inerte. La scritta rossa della fermata rallentò per bloccarsi proprio davanti alla porta. Le gambe si mossero automaticamente ma riuscì a voltarsi dall’altra parte. Sentiva le ginocchia cedere. Tornò a sedersi e cominciò a pensare. "Sì, ultimamente Lucas era più nervoso del solito ma non pareva preoccupato. Uno scherzo? No, non uno di pessimo gusto come quello. E dove ci possiamo vedere?", aveva continuato a domandarsi.
Aveva lasciato che la metro la riportasse al capolinea dove aveva l’auto.
Di Lucas nessuna traccia.
“La casa in campagna!”, realizzò poco dopo essersi seduta al posto di guida. Quella della zia nella quale avevano passato diversi week-end. Era l’unico posto, oltre a casa sua, dove avrebbe potuto trovarlo.
Era una villa ottocentesca, non grande ma formata da due torri sgraziate che delimitavano un corpo centrale di color ruggine al cui centro, tra finestre strette e cornicioni diroccati, un orologio dalle lancette nere, era fermo alle sei e trenta. A Miriam, le persiane divelte e l’edera scura che rivestiva parte della facciata, ricordavano il volto di un goblin pazzo.
Aveva visto la sua Subaru nel viale. Dopo aver parcheggiato sul ciglio della strada, s’era incamminata, timorosa, verso l’entrata (la bocca) della villa e poi su, oltre il cadavere, fino alla porta in fondo al corridoio scuro.

Una voce tremula e roca le uscì dalla gola asciutta. «Lucas?» domandò pigiando sulla maniglia e ignorando il terrore che si arrampicava sulla schiena.
La porta si aprì sulla stanza illuminata da una candela la cui luce non aveva la forza di raggiungere il lato opposto della camera.
Cercò nella borsetta la torcia d’emergenza, schiacciò qualcosa sul pavimento e fece luce illuminando la zona vicino al suo piede. Un dito! Un grido strozzato, un sussulto e di scatto diresse il fascio di fronte a sé inquadrando Lucas.
Il suo volto, una smorfia agghiacciante che si sarebbe fissata, residente stabile, nella sua mente, urlava muto, con la lingua che quasi toccava il mento e gli occhi sostituiti da due cacciaviti infilati in profondità.
Lo avevano legato a una sedia, denudato e ora, coperto di sangue, sembrava gridare una pietà che mai sarebbe arrivata.
Voleva fuggire da quella stanza ma lo specchio s’illuminò, mostrando una Miriam vestita di sangue. «Se lo è meritato. Non doveva tradirci con quella troia».
«No, no!» gridò Miriam notando, però, la sua immagine fare anch’essa un passo indietro.
«Sì, invece! Li abbiamo puniti come meritavano» replicò.
«Tu non sei me. Tu non sei me!» urlò fuggendo da quella stanza, da quella villa, da quella regione.
Fuggì, ma mai abbastanza da allontanarsi da quella risata e dalla folle gioia di aver tutto per sé il suo nuovo fidanzato.


Ho megliato del mio feglio. oooops, Ho fatto del mio meglio :lol: :lol: :lol: :lol: :lol:




considerazioni: dopo le prime tre righe introduttive, ho qualche perplessità sulla frase: "Quella mattina l’aveva chiamata. Erano solo le sette ma era certo di trovarla sveglia. Era uscita dal suo letto spiegandogli che alle cinque e trenta doveva alzarsi." Tutta la storia è narrata dal punto di vista di Miriam tranne questa frase, dove è Lucas a guidarci. È un cambio di punto di vista che secondo me indebolisce tutto il racconto, che ha proprio nella storia raccontata dal punto di vista dell'assassino il suo punto di forza.
Poi anche la seguente "«Miriam. Ascoltami attentamente» le aveva invece ordinato con una nota acuta mai sentita prima. «Fuggi! Non andare a lavorare. Ci vediamo…»" mi lascia qualche dubbio. Forse lei ha fatto in modo di farlo credere in pericolo e quindi lui la chiama per darle appuntamento, però secondo me un elemento, anche piccolo, in più per farci capire come lui arrivi a fare quella telefonata, sempe che la telefonata ci sia stata... insomma l'impianto logico rischia di incepparsi (anche perché lei poi trova e uccide il suo fidanzato mentre sta con l'amante, giusto?).

Fin qui è ottimo: "Voleva fuggire da quella stanza ma lo specchio s’illuminò, mostrando una Miriam vestita di sangue. "
Le ultime frasi andrebbero invece riviste, rese chiare nella dinamica ma senza eccedere in spiegazioni didascaliche. So che è difficile, ma anche i discorsi diretti finali vanno rivisti cercando di non scadere nel banale (dicevo che è una cosa difficile perché pensandoci mi vengono in mente libri e film diautori famosi che pur creando e gestendo al meglio la preparazione, l'atmosfera generale, finiscono per difettare proprio nella parte conclusiva, nella risoluzione).
Per ora è tutto, resto a disposizione.

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Re: Quinta e ultima settimana

04/11/2014, 12:27

ho notato che nell'ultima settimana abbiamo tutti presentato testi con atmosfere cupe e malinconiche, e ho avuto voglia di scrivere qualcos'altro, di divertirmi.
spero di non offendere le coscienze di nessuno ;)

grazie giancarlo per i tuoi riferimenti sull'altro testo, mi ci metto subito!
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ancora non sapevo a cosa stavo andando incontro

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Re: Quinta e ultima settimana

04/11/2014, 13:52

Ciao Giancarlo,
grazie per i suggerimenti. Come al solito hai centrato perfettamente il problema.
Ho dovuto modificare diverse cose per seguire i tuoi consigli e per stare dentro le battute.
Metto qui il testo.


Immersi nella penombra gli occhi del cadavere fissavano quella porta. Sara tremante lo scavalcò. Là dentro c’era il suo fidanzato e sapeva che non avrebbe mai smesso di maledirsi se l’avesse aperta.
E così fu.

Aveva ricevuto la sua chiamata alle sette. Lo aveva immaginato con gli occhi gonfi di sonno, il viso circondato da quella cascata di capelli castani e la solita barba lunga, la voce profonda e dolce di chi, appena sveglio, vuole augurare il buongiorno alla sua donna.
«Sara. Ho bisogno di te. Torna a casa» le aveva invece chiesto con una nota sofferente mai sentita prima. «Ti prego!»
Era restata lì, seduta in auto a fissare il cellulare inerte. “Cosa significa quella chiamata? Uno scherzo? No, non lui. E poi, perché ha detto ‘Torna a casa’? Alloggia in hotel nei fine settimana", aveva continuato a domandarsi.
Aveva provato a richiamarlo. Niente.
“La casa di zia Ada!”, aveva realizzato poco dopo: l’unico posto, oltre a casa sua, dove avrebbe potuto trovarlo.
Era una villa ottocentesca, formata da due torri sgraziate che delimitavano un corpo centrale di color ruggine al cui centro, tra finestre strette e cornicioni diroccati, un orologio dalle lancette nere, era fermo alle tre, ora in cui la proprietaria era morta. Le persiane divelte e l’edera scura che rivestiva parte della facciata, disegnavano un muso tetro, sfigurato.
La Subaru di Lucas era nel viale. Dopo aver parcheggiato sul ciglio della strada, Sara s’era incamminata, timorosa, verso l’entrata (la bocca) della villa e poi su, oltre il cadavere di quella donna, fino alla porta.

Una voce tremula e roca le uscì dalla gola asciutta. «Lucas?» domandò pigiando sulla maniglia e ignorando il terrore che si arrampicava sulla schiena.
La porta si aprì sulla stanza illuminata da una candela la cui luce non aveva la forza di raggiungere il lato opposto della camera.
Cercò nella borsetta la torcia d’emergenza, schiacciò qualcosa sul pavimento e fece luce illuminando la zona vicino ai piedi. Un dito! Un grido strozzato, un sussulto e di scatto diresse il fascio di fronte a sé inquadrando Lucas.
Il suo volto, contratto in una smorfia agghiacciante, urlava muto, con la lingua che quasi toccava il mento e gli occhi sostituiti da due cacciaviti infilati in profondità.
Lo avevano legato a una sedia, denudato e ora, coperto di sangue, sembrava gridare una pietà che mai sarebbe arrivata.
Voleva fuggire da quella stanza ma la torcia illuminò lo specchio, mostrando una Sara più vecchia, vestita di sangue. «Se lo è meritato. Non doveva tradirci con quella troia» disse quella donna.
«No!» urlò Sara vedendo l’immagine allo specchio fare anch’essa un passo indietro.
«Sì, invece! Li abbiamo puniti come meritavano. Hai ucciso lei, poi hai preso la vita di Lucas».
«No! Io non ho punito nessuno!»
«Non mentiamo a noi stesse! Hai inseguito e pugnalato quella puttana su per le scale dopo aver stordito Lucas. Hai seguito le mie istruzioni e mentre ficcavi i cacciaviti negli occhi del tuo uomo lui ti ha giurato eterna fedeltà. Proprio come volevi» concluse con una risata sarcastica la megera. «Un fidanzato tutto tuo, per sempre».
Le immagini delle torture, delle mutilazioni, dei due omicidi affiorarono, nella loro crudezza, insieme a un urlo silente, simile a quello del suo fidanzato, che le si strozzò in gola, spingendola a fuggire da quella stanza per salire le scale, su e ancora su fino alla sommità della torre dove, spalancata l’ultima porta, i resti di Ada l’accolsero in un gelido, eterno abbraccio.
Le nere lancette ripresero a muoversi.


ok, sul seguente, invece, la piccola modifica che ho fatto inerente al pezzo sulla chiusa. Bye :D
Sono perfetto ma mi sto curando.
...ed attraverso il gioco l'animo nostro nudo si rivela

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Re: Quinta e ultima settimana

04/11/2014, 13:56

Ecco il testo sul finale di romanzo.

Epilogo

Quel tramonto era perfetto. Come l’alba che vide con Susan il giorno in cui le chiese di sposarlo.
Un sole rosso da sembrar dipinto e un mare calmo come la sua anima in quel momento. Placati dopo gli ultimi giorni di tempesta.
George, amico vero, costante e paziente presenza nei momenti fondamentali della sua vita, era riuscito a fargli capire quello che la morte di Arianna gli aveva lasciato dentro: un odio viscerale verso tutto, tutti, il mondo intero; un sentimento arido che gli avrebbe impedito di ritrovare il senso di quello che sua moglie gli aveva insegnato nei lunghi anni passati insieme.
Ora, grazie a lui, la pace.
«È vero amore quando il cuore trova la forza di lasciarti andare» mormorò al mare dorato. «Addio mia dolce Susan».
Sdraiato sulla sabbia sottile, ancora tiepida, chiuse gli occhi e un ineffabile sorriso gli modellò le labbra sottili.
Il sole lo baciò un’ultima volta.
Poi scomparve.


Come vedi l'intervento che ho fatto è stato proprio minimo (amico vero, costante e paziente presenza nei momenti fondamentali della sua vita). Ho avuto difficoltà ad aggiungere parti che, in teoria, dovrebbero essere già state descritte.

Un sentito ringraziamento a prescindere. :D _| _|
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Re: Quinta e ultima settimana

04/11/2014, 15:55

mbbettella ha scritto:ho notato che nell'ultima settimana abbiamo tutti presentato testi con atmosfere cupe e malinconiche, e ho avuto voglia di scrivere qualcos'altro, di divertirmi.
spero di non offendere le coscienze di nessuno ;)

grazie giancarlo per i tuoi riferimenti sull'altro testo, mi ci metto subito!



ho annotato alcune considerazioni direttamente nel testo, e in generale trovi in giallo le cose da sistemare. Ti riallego il file.
Poi fatte le modifiche lo rileggiamo e sentiamo come suona, se ha il ritmo giusto per un testo del genere
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Re: Quinta e ultima settimana

04/11/2014, 16:35

apenapi ha scritto:Ciao Giancarlo,
grazie per i suggerimenti. Come al solito hai centrato perfettamente il problema.
Ho dovuto modificare diverse cose per seguire i tuoi consigli e per stare dentro le battute.
Metto qui il testo.


Immersi nella penombra gli occhi del cadavere fissavano quella porta. Sara tremante lo scavalcò. Là dentro c’era il suo fidanzato e sapeva che non avrebbe mai smesso di maledirsi se l’avesse aperta.
E così fu.

Aveva ricevuto la sua chiamata alle sette. Lo aveva immaginato con gli occhi gonfi di sonno, il viso circondato da quella cascata di capelli castani e la solita barba lunga, la voce profonda e dolce di chi, appena sveglio, vuole augurare il buongiorno alla sua donna.
«Sara. Ho bisogno di te. Torna a casa» le aveva invece chiesto con una nota sofferente mai sentita prima. «Ti prego!»
Era restata lì, seduta in auto a fissare il cellulare inerte. “Cosa significa quella chiamata? Uno scherzo? No, non lui. E poi, perché ha detto ‘Torna a casa’? Alloggia in hotel nei fine settimana", aveva continuato a domandarsi.
Aveva provato a richiamarlo. Niente.
“La casa di zia Ada!”, aveva realizzato poco dopo: l’unico posto, oltre a casa sua, dove avrebbe potuto trovarlo.
Era una villa ottocentesca, formata da due torri sgraziate che delimitavano un corpo centrale di color ruggine al cui centro, tra finestre strette e cornicioni diroccati, un orologio dalle lancette nere, era fermo alle tre, ora in cui la proprietaria era morta. Le persiane divelte e l’edera scura che rivestiva parte della facciata, disegnavano un muso tetro, sfigurato.
La Subaru di Lucas era nel viale. Dopo aver parcheggiato sul ciglio della strada, Sara s’era incamminata, timorosa, verso l’entrata (la bocca) della villa e poi su, oltre il cadavere di quella donna, fino alla porta.

Una voce tremula e roca le uscì dalla gola asciutta. «Lucas?» domandò pigiando sulla maniglia e ignorando il terrore che si arrampicava sulla schiena.
La porta si aprì sulla stanza illuminata da una candela la cui luce non aveva la forza di raggiungere il lato opposto della camera.
Cercò nella borsetta la torcia d’emergenza, schiacciò qualcosa sul pavimento e fece luce illuminando la zona vicino ai piedi. Un dito! Un grido strozzato, un sussulto e di scatto diresse il fascio di fronte a sé inquadrando Lucas.
Il suo volto, contratto in una smorfia agghiacciante, urlava muto, con la lingua che quasi toccava il mento e gli occhi sostituiti da due cacciaviti infilati in profondità.
Lo avevano legato a una sedia, denudato e ora, coperto di sangue, sembrava gridare una pietà che mai sarebbe arrivata.
Voleva fuggire da quella stanza ma la torcia illuminò lo specchio, mostrando una Sara più vecchia, vestita di sangue. «Se lo è meritato. Non doveva tradirci con quella troia» disse quella donna.
«No!» urlò Sara vedendo l’immagine allo specchio fare anch’essa un passo indietro.
«Sì, invece! Li abbiamo puniti come meritavano. Hai ucciso lei, poi hai preso la vita di Lucas».
«No! Io non ho punito nessuno!»
«Non mentiamo a noi stesse! Hai inseguito e pugnalato quella puttana su per le scale dopo aver stordito Lucas. Hai seguito le mie istruzioni e mentre ficcavi i cacciaviti negli occhi del tuo uomo lui ti ha giurato eterna fedeltà. Proprio come volevi» concluse con una risata sarcastica la megera. «Un fidanzato tutto tuo, per sempre».
Le immagini delle torture, delle mutilazioni, dei due omicidi affiorarono, nella loro crudezza, insieme a un urlo silente, simile a quello del suo fidanzato, che le si strozzò in gola, spingendola a fuggire da quella stanza per salire le scale, su e ancora su fino alla sommità della torre dove, spalancata l’ultima porta, i resti di Ada l’accolsero in un gelido, eterno abbraccio.
Le nere lancette ripresero a muoversi.


ok, sul seguente, invece, la piccola modifica che ho fatto inerente al pezzo sulla chiusa. Bye :D


Non mi piace "Sara tremante lo scavalcò". Metterei "Tremante, Sara..." oppure toglierei "tremante". Ma è una questione di gusto personale e quindi puoi tranquillamente ignorarmi.
Farei dei piccolissimi aggiustamenti su questa frase: "Era restata lì, seduta in auto a fissare il cellulare inerte. “Cosa significa quella chiamata? Uno scherzo? No, non lui. E poi, perché ha detto ‘Torna a casa’? Alloggia in hotel nei fine settimana", aveva continuato a domandarsi."
"Era restata" (problema forse tutto mio) suona male a causa di ra-re, per esempio "Era rimasta lì". Poi essendo un discorso diretto, oppure un pensiero, pur sempre diretto, mettere "Cosa significa questa...", insomma rendere il flusso dei pensieri più veritiero e realistico possibile. Siccome il flusso di domande è abbastanza ampio, non mi convince l'iciso conclusivo "aveva continuato a domandarsi". Rischia di risultare superfluo, o forse lo sposterei con le dovute modifiche ad aprire la raffica di domande: ...il cellulare inerte, stordita da domande ilcalzanti. "Cosa significa... (qualcosa del genere, ma non prendermi in parola che non sono bravo a inventare)
Un'ultima cosa sul finale (la parte centrale mi piace molto, bella atmosfera e tensione palpabile): al nome di Ada ho avuto un momento di esitazione nella lettura, leggermente confuso, e mi sono dovuto impegnare per ricollegarlo al nome della Zia, a inizio testo. Come detto ci si immerge molto nella lettura, e l'atmosfera si stringe intorno a Sara e Lucas finendo per escludere o mettere ai margini gli altri elementi (cosa buona e giusta). Quindi secondo me dovresti iserire un piccolo richiamo al fatto che si trovano nella casa della zia Ada morta, per non farci esitare proprio su quel nome. Una cosa tipo: "i resti della vecchia zia Ada" (è solo un'ipotesi, e neanche mi soddisfa).

Dai che state facendo tutti e due un buon lavoro!

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Re: Quinta e ultima settimana

04/11/2014, 16:49

apenapi ha scritto:Ecco il testo sul finale di romanzo.

Epilogo

Quel tramonto era perfetto. Come l’alba che vide con Susan il giorno in cui le chiese di sposarlo.
Un sole rosso da sembrar dipinto e un mare calmo come la sua anima in quel momento. Placati dopo gli ultimi giorni di tempesta.
George, amico vero, costante e paziente presenza nei momenti fondamentali della sua vita, era riuscito a fargli capire quello che la morte di Arianna gli aveva lasciato dentro: un odio viscerale verso tutto, tutti, il mondo intero; un sentimento arido che gli avrebbe impedito di ritrovare il senso di quello che sua moglie gli aveva insegnato nei lunghi anni passati insieme.
Ora, grazie a lui, la pace.
«È vero amore quando il cuore trova la forza di lasciarti andare» mormorò al mare dorato. «Addio mia dolce Susan».
Sdraiato sulla sabbia sottile, ancora tiepida, chiuse gli occhi e un ineffabile sorriso gli modellò le labbra sottili.
Il sole lo baciò un’ultima volta.
Poi scomparve.


Come vedi l'intervento che ho fatto è stato proprio minimo (amico vero, costante e paziente presenza nei momenti fondamentali della sua vita). Ho avuto difficoltà ad aggiungere parti che, in teoria, dovrebbero essere già state descritte.

Un sentito ringraziamento a prescindere. :D _| _|



ci siamo, e se i giudici vorranno premiare un finale dal forte impatto credo tu abbia fatto il tuo lavoro. Un'unica perplessita (scusami se vado sempre in cerca di cose da migliorare): "un sentimento arido che gli avrebbe impedito di ritrovare il senso di quello che sua moglie gli aveva insegnato nei lunghi anni passati insieme." Rispetto al testo, diretto, emotivamente forte ma netto nell'arrivare alla conclusione, questa frase risulta un pochino troppo macchinosa. Cioè, non fraintendernmi, lì nel centro dell'epilogo ci sta bene una frase che riassuma in sé la situazione esistenziale del protagonista, che svisceri le sue sensazioni, però così com'è adesso è come se richiedesse un respiro di troppo per essere letta.

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Re: Quinta e ultima settimana

04/11/2014, 18:50

Giancarlo sei un mito _| _| _| _| _|
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Re: Quinta e ultima settimana

04/11/2014, 19:37

Ciao, metto prima un pezzo poi l'altro. Nell'epilogo ho ristretto la frase incriminata e, nelle mie intenzioni, con minori parole ho ottenuto lo stesso risultato. Ecco il testo.

Quel tramonto era perfetto. Come l’alba che vide con Susan il giorno in cui le chiese di sposarlo.
Un sole rosso da sembrar dipinto e un mare calmo come la sua anima in quel momento. Placati dopo gli ultimi giorni di tempesta.
George, amico vero, costante e paziente presenza nei momenti fondamentali della sua vita, era riuscito a fargli capire quello che la morte di Susan gli aveva lasciato dentro: un odio viscerale verso tutto, tutti, il mondo intero; un sentimento arido che gli avrebbe impedito di ritrovare il senso di una vita passata insieme.
Ora, grazie a lui, la pace.
«È vero amore quando il cuore trova la forza di lasciarti andare» mormorò al mare dorato. «Addio mia dolce Susan».
Sdraiato sulla sabbia sottile, ancora tiepida, chiuse gli occhi e un ineffabile sorriso gli modellò le labbra sottili.
Il sole lo baciò un’ultima volta.
Poi scomparve.


Ti facciamo sgobbare, eh? ;)
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Re: Quinta e ultima settimana

04/11/2014, 19:44

Il pezzo di Saralapazza. Penso di averlo sistemato meglio. Ho pure tolto una ripetizione nel dialogo tra lei e l'immagine allo specchio. Unico consiglio non seguito è stato il primo. Volevo ci fosse Sara, prima di tutto, e la volevo un po' impaurita, almeno, visto che scavalca un cadavere.
Ecco il testo.

Immersi nella penombra gli occhi del cadavere fissavano quella porta. Sara tremante lo scavalcò. Là dentro c’era il suo fidanzato e sapeva che non avrebbe mai smesso di maledirsi se l’avesse aperta.
E così fu.

Aveva ricevuto la sua chiamata alle sette. Lo aveva immaginato con gli occhi gonfi di sonno, il viso circondato da quella cascata di capelli castani e la solita barba lunga, la voce profonda e dolce di chi, appena sveglio, vuole augurare il buongiorno alla sua donna.
«Sara. Ho bisogno di te. Torna a casa» le aveva invece chiesto con una nota sofferente mai sentita prima. «Ti prego!»
Era rimasta lì, pensierosa, seduta in auto a fissare il cellulare inerte. “Cosa significa questa chiamata? Uno scherzo? No, non lui. E poi, perché ha detto ‘Torna a casa’? Alloggia in hotel nei fine settimana".
Aveva provato a richiamarlo. Niente.
«La casa di zia Ada!», aveva realizzato poco dopo: l’unico posto, oltre a casa sua, dove avrebbe potuto trovarlo.
Era una villa ottocentesca, formata da due torri sgraziate che delimitavano un corpo centrale di color ruggine al cui centro, tra finestre strette e cornicioni diroccati, un orologio dalle lancette nere, era fermo alle tre, l’ora in cui zia Ada era morta. Le persiane divelte e l’edera scura che rivestiva parte della facciata, disegnavano un muso tetro, sfigurato.
La Subaru di Lucas era nel viale. Dopo aver parcheggiato sul ciglio della strada, Sara s’era incamminata, timorosa, verso l’entrata (la bocca) della villa e poi su, oltre il cadavere di quella donna, fino alla porta.

Una voce tremula e roca le uscì dalla gola asciutta. «Lucas?» domandò pigiando sulla maniglia e ignorando il terrore che si arrampicava sulla schiena.
La porta si aprì sulla stanza illuminata da una candela la cui luce non aveva la forza di raggiungere il lato opposto della camera.
Cercò nella borsetta la torcia d’emergenza, schiacciò qualcosa sul pavimento e fece luce illuminando la zona vicino ai piedi. Un dito! Un grido strozzato, un sussulto e di scatto diresse il fascio di fronte a sé inquadrando Lucas.
Il suo volto, contratto in una smorfia agghiacciante, urlava muto, con la lingua che quasi toccava il mento e gli occhi sostituiti da due cacciaviti infilati in profondità.
Lo avevano legato a una sedia, denudato e ora, coperto di sangue, sembrava gridare una pietà che mai sarebbe arrivata.
Voleva fuggire da quella stanza ma la torcia illuminò lo specchio, mostrando una Sara più vecchia, vestita di sangue. «Se lo è meritato. Non doveva tradirci con quella troia» disse quella donna.
«No!» urlò Sara vedendo l’immagine allo specchio fare anch’essa un passo indietro.
«Sì, invece! Li abbiamo puniti come meritavano».
«No! Io non ho punito nessuno!»
«Non mentiamo a noi stesse! Hai inseguito e pugnalato quella puttana su per le scale dopo aver stordito Lucas. Hai seguito le mie istruzioni, e mentre ficcavi i cacciaviti negli occhi del tuo uomo lui ti ha giurato eterna fedeltà. Proprio come volevi» concluse con una risata sarcastica la megera. «Un fidanzato tutto tuo, per sempre».
Le immagini delle torture, delle mutilazioni, dei due omicidi affiorarono, nella loro crudezza, insieme a un urlo silente, simile a quello del suo fidanzato, che le si strozzò in gola, spingendola a fuggire da quella stanza per salire le scale, su e ancora su, fino alla sommità della torre dove, spalancata l’ultima porta, i resti della zia l’accolsero in un gelido, eterno abbraccio.
All’esterno le nere lancette ripresero a muoversi.



Dalla prima bozza a questo il cambiamento è notevole. Sei felice di ciò? :D
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