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La fine dell'estate

22/11/2014, 16:33

Vi presento il primo e forse solo bambino che farò. La fine dell'estate è un romanzo che ho iniziato a scrivere un anno fa e che in questi dodici mesi si è tramutato in 100.000 caratteri e un sacco di perplessità.
Il soggetto: Renzo è un ragazzo di quinto superiore con una ordinaria vita da liceale. Con l'approcciarsi del passaggio dalla giovinezza alla vita adulta inizierà a ponderare su cosa davvero sia e cosa si prospetti per lui e come e perchè e cazzi e mazzi e si ritroverà spaesato, senza alcun punto di riferimento. Precipiterà così in una buia spirale di inettitudine autodistruttiva in cui l'accompagneranno alcuni compagni ed in cui altri l'abbandoneranno.
L'idea è quella di scrivere un romanzo di de-formazione, non circolare, in cui partendo dallo sconvolgimento di uno status quo non si torni mai ad una situazione d'equilibrio.
La trama, così come i personaggi e le tematiche sono tutti tratteggiati a grandi linee, ma lo sviluppo dell'intreccio è mansione del tempo. Più vado avanti, più idee mi vengono, più ci ricamo.

PRIMA DI LEGGERE QUELLO CHE SEGUE LEGGETE I CAPITOLI CHE HO ALLEGATO!!!
Sono partito con un POV, quello di Renzo, in terza persona ma man mano che scrivevo mi sono accorto che la scrittura mi pareva un poco affettata, manierata, e ultimamente i lavori così, troppo architettati ed espliciti, mi danno davvero sui nervi.
Perciò gli ultimi due capitoli ho provato a scriverli in prima persona, sempre dal POV di Renzo che ora è narratore. Il fatto di trattare delle memorie e quindi di leggere un racconto e non una vicenda, aiuta a diminuire quel manierismo di cui sopra, ma ho perso gran parte dell'estro narrativo in cui pur riesco maggiormente (o così mi è stato detto). Insomma, si è semplificato il tutto, come volevo, ma mi manca un po' il bello scrivere. Non so.
Quindi vi posto due capitoli qui sotto, scritti rispettivamente in terza e prima persona, e attendo pareri.

Fatemi a pezzi o!
Allegati
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Re: La fine dell'estate

25/11/2014, 20:25

Ah ecco, appena letto son tornato per dire: somaro, salti dalla terza alla prima! :D
No scherzo.
Che dire. I due capitoli li ho trovati entrambi buoni. Hai proprietà di linguaggio, e nonostante ti dilunghi in disquisizioni morali, sociali e quant'altro lo fai con uno stile che mi ha tenuto alto l'interesse. Forse, alla fine del primo mi è un po' saltata l'attenzione. L'unica perplessità è quanto puoi andare avanti con una introspezione così forte, nel senso che un romanzo tutto così forse potrebbe essere pesante. Certo prima di vederlo è difficile dirlo.
Non saprei quindi scegliere tra le due opzioni. La prima persona è certo più adatta all'immedesimazione, se il romanzo parla del protagonista e dei suoi dilemmi interiori in linea teorica è migliore. Ma nel primo capitolo riferisci i suoi pensieri, e comunque, c'è immedesimazione. Certo in prima ti risparmi i continui: pensò Renzo.
Ma se dici che ti viene meglio in terza, forse è meglio che scrivi in terza. Se ti diverti di più, il risultato sarà migliore.
Comunque, non è male in entrambi i casi, quindi scegli con serenità (parer mio).
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Re: La fine dell'estate

26/11/2014, 13:52

Tu comunque quale preferisci?
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Re: La fine dell'estate

26/11/2014, 14:00

Mah ti dico, non saprei, quasi pari (tanto da non voler prendere una posizione). :D
Se mi costringi, dico la terza.
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Re: La fine dell'estate

05/12/2014, 20:53

CHIUSO IL PRIMO BLOCK NOTES!
Immagine


Ho scritto un altro capitolo in prima persona e ormai è chiaro che devo mediare fra la prosa asciutta della prima persona e gli stream of consciousness della terza. Non so perchè non riesca a farlo automaticamente ma debba invece esercitarmi posticciamente. Blocchi emotivi?
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Re: La fine dell'estate

05/12/2014, 21:00

Come diceva quello là: nessuno è nato imparato. Si può imparare anche la creatività, diceva un altro.
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Re: La fine dell'estate

07/02/2015, 20:25

Và, una sequenza onirica appena scritta, giusto per tenere vivo l'interesse.

"La notte e su quel divano vecchio e consumato quanto me, il sonno disertava come un obbiettore di coscienza d'altri tempi. Tempi duri e puri. Stavo solo, alla luce fioca d'un abajour. Fresco non rispondeva. Stava anche lui solo, nel letto sfatto di qualche puttana. Lei era aldilà di un oceano vasto trecento metri e profondo quanto il vuoto che mi sentivo dentro. La mia unica compagnia giaceva ai miei piedi ridotta a carta ingiallita e inchiostro sbiadito da un'overdose di barbiturici autoinflitta lunga sessantaquattro (sessanta?) anni.
Non ne potevo più. Mi buttai addosso dei vecchi jeans e scesi per strada in cerca di fumo. Se l'incoscienza non veniva, tanto valeva ingannare l'attesa. Ingannare sé stessi. Riempirsi di cancro. Ma la carne fa quello che vuole e a noi, schiavi, non resta che obbedire. Alle due e venti ero steso sotto il portone rosso, sigillato, con qualche nuvola bianca e tanto nero sopra i pensieri.
Fumai una, due, tre, cinque sigarette. Macchine veloci rallentavano a studiare la mia figura sdraiata sul marciapiede. Vi era un non so ché di indefinibilmente confuso nel mondo e invece una chiarezza ineluttabile nel passato sul quale quel legno rosso si ergeva a lapide.
Claudia dietro. Andata.
Mi sembrava di aver qualcosa da dire, da scrivere, e aver lasciato megafono e penna a casa. Mi sembrava di voler urlare e non aver voce. Avrei forse dovuto piangere? Avevo solo il deserto negli occhi. Mi sembrava di volere tante cose e non ne volevo nessuna. Volevo di non volere e m'accorsi che proprio non volevo. Concepivo il nulla che ero ora, e come poteva il nulla aver coscienza di sé. Un paradosso schiacciato sul cemento degli uomini.
Mi tirai su e tornai a casa. Infilai il pigiama, lavai i denti, aprii il cassetto dei medicinali e lo richiusi, stanco. Solo vino nel frigo. Me li avrebbe fatti vomitare tutti. Arrancai fino al letto e lì restai, costretto a combattere e odiare il buio, mio amore, come un Alex De Large qualsiasi.
Il primo spiraglio di luce attraverso le fessure della tapparella portò un po' di pace e finalmente chiusi gli occhi.
Oltre quelli c'era ad aspettarmi lei. Lei che non m'attendeva quando i miei occhi li tenevo aperti e le mie gambe le facevo faticare, lei mi aspettava non appena mi provavo a riposare.
Era bellissima, come sempre, solo per me, come sempre, incartata in un vestito da sera di velluto nero che le lasciava scoperte le spalle. Di poco, timidamente. Anch'io ero elegante, più del solito, ma una certa sciatteria nel modo in cui i pantaloni mi cadevano, il modo in cui tenevo alto il bavero del mio cappotto largo e nero per proteggermi dal freddo, indicavano che non ero a mio agio. Non ero a mio agio su quella terrazza dagli arredi minimalisti, scura nella notte stellata dei miei sogni, illuminata appena da una fioca luce calda che proveniva da chissà dove. Non ero a mio agio e bevevo, mentre lei il bicchiere si limitava a farlo oscillare fra le dita affusolate. Poche parole vennero scambiate e non le ricordo. Mi sorrideva, di quel sorriso compassionevole che tanto bene conoscevo, e alzandosi, levandosi per lasciarmi, si strinse nelle spalle. Le porsi il mio cappotto, la chiamai mentre tornava fra le melme del mio inconscio, «fa freddo, prendi questo!», e poi c'era Fresco fuori, col suo scotch on the rocks with a twist in mano e uno smoking che gli calzava a pennello indosso. Pettinato, tirato a lustro, persino i denti di un bianco immacolato. Non mi guardò, non mi sorrise, mi si fece accanto e io col braccio lungo ancora tendevo il mio cappotto verso il vuoto.
- La ami - disse e mi parve una domanda, ma io non risposi perché non lo era.
Se ne andò anche lui e allora rientrai anche io. Faceva troppo freddo. E di rimettermi indosso il cappotto non mi andava. Rientrai, ed ero in un nosocomio. Dalle architetture fasciste. I muri erano intonacati di verde dentifricio e sul pavimento le larghe mattonelle quadrate avevano un tema ghiaiesco. Nei corridoi le porte erano di legno, laccate, e sopra di esse s'aprivano le cornici delle finestre dai vetri zigrinati da cui la luce traspariva fredda e distorta. Dovevo pisciare dn entrai nella prima porta a caso, dove un cesso, stretto fra due muricciuoli sporchi, non aspettava che di nutrirsi della mia bile. Slacciai la cintura, sbottonai i pantaloni, tirai giù la zip. Il cazzo mi pendolava smorto e floscio. Non appena sentii l'impulso, rilassai l'uretra e d'improvviso un tepore sconfortevole e fetidico si allargò sui miei pantaloni sbottonati, sulle mie mutande, sulle scarpe, sul pavimento attorno al cesso. Pisciavo, e la piscia anziché schizzare, sbrodolava abbondante dall'intero mio membro. Era come se mi stessi versando una brocca d'acqua nei pantaloni e non importava quanto spremessi, una brocca non è un rubinetto. Osservai meglio per capire cosa mi stesse capitando e vidi che l'urina fuoriusciva da un enorme squarcio laterale del glande. Mi rigirai il cazzo in mano e notai numerose altre ferite anche alla base del pene e sotto il prepuzio, e sebbene non mi facessero male né si mostrassero sanguinolente, indicavano chiaramente l'avanzare di un male doloroso e deturpante. Quando ebbi finito mi pulii alla bell'è meglio, m' asciugai i pantaloni, imbottii le mutande di carta, spazzolai le scarpe schizzate. Non c'era un bidet e sapevo che un buon igiene era fondamentale per impedire a qualsiasi cosa mi stesse consumando là sotto di continuare nel suo operato e quindi col mignolo ricoperto di salviettine ripassai anche l'interno cavernoso delle ferite. Era spugnoso e molliccio e i lembi cutanei di ogni squarcio si potevano divaricare indefinitamente, permettendomi di pulire a fondo. Finì e disgustato mi rivestii. Tremai. "Per fortuna sono in un ospedale", mi dissi, e subito mi misi in cerca di un medico. I corridoi erano tanti, labirintici e sempre uguali. Aprivo le porte e mi ritrovavo affacciato in studi e ambulatori e medicherie e ovunque c'erano dottori senza faccia dai camici candidi e lunghissimi. Infermieri indaffarati correvano di qua e di la, mi scansavano, mi spingevano, e io fermo sulle soglie li guardavo e non mi decidevo.
In uno dei corridoi m'imbattei addirittura in Fresco. Aveva indosso ancora lo smoking. In mano ancora il bicchiere di scotch. Volle sapere che ci facessi in ospedale, e non potevo dirglielo. Una cosa del genere, così intima, così tanto viscerale, nasceva dentro di me e lì moriva. Lo guardai per un po' perplesso sul da farsi. E se avesse avuto pronta la soluzione? Se ci fosse già passato e potesse consigliarmi? Era pur vero che tanto di me gli avevo aperto che una questione come quella di una malattia venerea era poca cosa, null'altro che complicità maschile. Poi decisi che no, certe solitudini bisogna prenderle così come vengono, e quel cazzo maciullato era solo mio. Lo liquidai con una frase generica e aprì la porta successiva.
Eccola lì! La vecchia! Quella che cercavo. Anche lei, come i suoi colleghi, aveva un camice bianco, ma era sporco, mangiucchiato sui polsi e dal taschino laterale anziché spuntarle penne e cancelleria, faceva capolino un pacchetto di sigarette. La dottoressa mi guardò da dietro gli occhiali sottili che portava bassi e disse: - Fammi vedere.
M'abbassai i pantaloni, poi l'intimo, e rimasi in mezzo all'ambulatorio, nudo come un verme. Dietro di me la porta era ancora aperta e il frenetico via vai di sanitari continuava come al solito ma la vecchia dottoressa non vi badò. Venne invece avanti e si inginocchiò a meno di cinque centimetri da quella salsiccia mezza trinciata che mi pendeva dalle gambe. Se la rigirò fra le mani e io non riuscivo a vedere nulla di cosa facesse. Guardando in basso scorgevo solo la sua folta, pazza, incontrollabile, scapigliata chioma rossa.
- È guiltopolite - disse.
- Posso curarla?
- Si.
Sollevato, mi rivestii. La dottoressa tornò dietro la sua scrivania, incrociò le mani e mi fissò da sopra gli occhiali. La guardai interrogativo mentre mi riallacciavo la cintura, poi d'improvviso mi venne da urinare. Fortissimamente. Incontrollabilmente. Non volevo pisciarmi di fronte a quella vecchia dall'aspetto severo e così strinsi forte le gambe e m'affrettai a balbettarle di prescrivermi la cura in fretta. Lei non mi curò affatto. Tiro una sigaretta fuori dal suo pacchetto e cominciò a fumare. Io non ce la facevo più, stavo per esplodere. M'afferrai il cazzo con entrambe le mani, lo soffocai, e delle fitte piacevoli e dolorose mi risalirono il basso ventre. Corsi verso la porta e davanti a me, sulla soglia, si parò Fresco. Lo spintonai, ma il biondo mi trattenne per un braccio. Non potevo, non ci riuscivo, non la tenevo, doveva uscire quella bile, allagarmi, andare fuori dai coglioni, e allora che cazzo me ne fregava, la lasciai andare, lì, sul posto, mentre stavo attaccato a Fresco.
Aprii gli occhi. Saltai giù dal letto. Le coperte umide riverse sul pavimento, disordinate, spiegazzate. Manco avessero testimoniato una notte di godibili furori. Non appena vidi la tazza, mi liberai. Per un minuto buono stetti a vedere le gocce schizzare sulla ceramica. Poi presi a studiarmi il cazzo. Era come al solito, integro, intero, e non troppo grande. Nessuna ferita. Eppure mi faceva male."

Stavo inoltre pensando magari di trasportare il lavoro su Scrittura assistita, ma non so. In realtà sono davvero possessivo e testardo sulla mia scrittura, per cui non credo di starci granchhè bene lì dentro (im a dick). Però...
Boh.
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Re: La fine dell'estate

07/02/2015, 21:16

In effetti qui sarebbe più per resoconti più generici, non per interi lavori, ma va poi bene tutto.
In scrittura assistita, puoi anche solo chiedere pareri generici, se ti interessa. Dipende da cosa vuoi ottenere.
Comunque, nel caso, passa prima dallo staff.
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Re: La fine dell'estate

07/02/2015, 21:18

Questo pezzo, l'hai detto, è onirico. Scritto bene è scritto bene. Chissà come si inquadra nel resto del romanzo :)
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Re: La fine dell'estate

01/03/2015, 11:51

Prime cento cartelle chiuse. Una prima mezza stesura che è però anche mezza definitiva. Sono 16 capitoli. E credo che siamo più o meno a metà storia. Forse un poco oltre. Vorrei farlo leggere a qualcuno per avere dei feedback su cui lavorare ma passare da Scrittura Assistita non mi va. Ho visto come si lavora lì e mi pare più un editing puntuale, paragrafo per paragrafo, mentre preferirei delle critiche sul romanzo in gnereale. Se funziona, se è pesante, se è noioso e bla bla bla.
Che fare?
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